048 bipolare ad alto funzionamento

Avevo quarant’anni, era il duemila e quattro. Al seno destro, una noce, cosa brutta estirpata con mastectomia radicale, fui amazzone. E folle: a quei tempi, ero in chemioterapia, glabra ma bella, a mio modo, amai Roma come la vita, mi ci aggrappai nel vero senso, un po’ flaneur e un po’ fuori di testa. Mi persi nel greve e lieve borgo natio dopo vent’anni di autoesilio in Sardegna.

Allora, mi rifugiavo lungo il Tevere, a tu per tu con germani reali, gabbiani, cormorani, anatre e altri animali; m’abbandonavo all’abbraccio di Asclepio, bassorilievo del dio della medicina sull’Isola della salute, la Tiberina.

Forte di nessun effetto collaterale (e lode sia al mio oncologo, filosofo, scrittore, musico…), vivevo e vedevo cose inimmaginabili: ero senza pelle – e senza un pelo!

Non così oggi, lucida e con folta chioma ma pur sempre in metastasi ossea, in cura da un anno. Giusto l’estate scorsa, la radioterapia in quindici volte, una volta a casa non facevo che dormire, spossata da quei venti minuti al giorno di bombardamenti agli inguini e alle anche. Il male ora s’è annidato negli acetaboli, incavi che accolgono la testa del femore.

Il dolore è lento, sordo, un morso continuo: la codeina non agisce e la morfina mi gonfia e procura fitte. Ma non è da me perdermi d’animo, nel mio caso basta un certificato del medico curante per visita di terapia del dolore……

I puntini di sospensione stanno a dire che rileggendo scorgo solo una parte di me, alacre e serena; un’altra più oscura, buia e forse algida, si tiene ben nascosta. Stanarla è però sine qua non per liberarsi del tutto, o quasi, visto che comunque la scrittura, il segno, è alibi. Sarebbe bello farne a meno, essere limpidi e interi aderendo alla dignità stoica: dignus è chiunque, per il semplice fatto di esistere.

Nulla a che vedere con la malconcia dignità odierna, da ottenere al caro prezzo di finta meritocrazia, ché in vita mia, sempre lavorato con passione e dulcis in fundo mi spettano 289,90 euro al mese. Già, lo Stato mi fa 048, riconosce un’invalidità del 100%, ma poi si ferma. Se mi volto, a ben guardare, vedo anni e anni alla ricerca di uno straccio di lavoro, vedo il fallimento di una legge becera come l’ex68/99, vedo mani che mi appiccicano etichette, vedo me che cerco di togliermele, vedo lo stigma. Lo vivo ogni giorno e se mi ascolto a fine giornata, un pianto imploso. Siccome ho cuore, mi trema un poco a vivere il fin di vita così, sola. Ecco, la pars sana cede un attimo e subito affiora il profondo; non c’è da fraintendere, la mia casa è piena di amici, il problema è che ci si fa da sé, soli. Sarebbe bello fare come gli animali, allontanarsi nell’ora che non racconteremo mai, l’unica. Tutto al contrario, oggigiorno. Nella estenuante e, speriamo bene, allo stremo, Società dello Spettacolo, non si butta via niente e al motto di the show must go on eccomi rispondere presente all’appello di raccontare la mia storia. Sempre meglio che correre, capirete, con le leve così compromesse…

Sono nata e vissuta per vent’anni a Roma, poi altri venti fra i sardi. Da tredici anni risono romana magno cum gaudio, ho perso il conto di quante vite ho vissuto in vita mia. E a quante metamorfosi il mio corpo si è concesso.

Sono stata iniziata al teatro nel 1983, da amici di famiglia, vecchi combattenti dell’allora defunta avanguardia romana: “Monica, tu cominci dalla fine”, erano soliti dirmi in Compagnia. Allora, sbocciavo, non capivo fino in fondo quel che significasse cominciare dalla fine, ora lo so. Ora che posso paragonare la vita da attrice teatrale d’allora – incredibile a dirsi, percepivo una paga mensile di seicento ottocento mila lire a seconda dei mesi, mai meno -, con l’impossibile scenario attuale di dover pagare per andare in scena. E se le sostanze piangono, la forma non ride, ché a teatro oggi si vedono dj e lo stadio ha avuto la meglio, per dire solo le punte del fenomeno. D’altronde il teatro è lo specchio dei tempi e ogni epoca ha il teatro che si merita. Ma credete a me, essere teatranti in questa spettacolare società, non è bello; anzi, meglio dire: oggi tutti sono protagonisti della loro miseria che riproducono in continuazione con ogni tipo di dispositivo. Non è il teatro ad essere morto, è il pubblico ch’è passato a miglior vita. La vita non vita di essere sempre reperibili e sempre connessi e in vetrina, sennò davanti alle vetrine o in quei luoghi mostruosi che sono i supermercati, luoghi di concentramento…

Eccola eh, la turbata e scura e dura. È che l’oggi pesa, e le mie forze se ne stanno andando con la voglia di lottare se non resistendo. Esistere secondo le forze residue e le mie urlano basta, basta all’ospedalizzazione della morte. Sì invece a un viaggio per il mondo, da finire in India dove tornare polvere lungo le rive del Gange.

Mi preferirei anima in fuga piuttosto che 048 fino alla fine, fino alla fine paziente oncologica con disturbo bipolare, ma ad alto funzionamento.

Quanto all’aldilà, non ho bisogno di credere, basta la fede: ho fede nello scomparire ai miei occhi del mondo, che nel suo male morirà; nella vita oltre l’attaccamento e la superficialità delle passioni.