Bianco e nero

Una cosa che non rientrava nei miei programmi, no, un’ipotesi impossibile a cui non avevo mai pensato. Ed invece, nei primi giorni di giugno 2013 si era impadronito della mia vita, senza chiedermi il permesso. Non era un linfonodo infiammato, come risultava dall’ecografia fatta d’urgenza, era un piccolo, insignificante carcinoma duttale di 1 centimetro. Il panico. Ed io, dal terrazzo, che guardavo la gente sulla spiaggia, il mare, i colori e il vocio di un’estate in riviera, ma per me, in quel momento, era come vedere un film in bianco e nero senza sonoro. L’intervento, seguito dalla radioterapia in 5 sedute, la prescrizione di sola terapia ormonale per 5 anni. Un turbinio di pensieri negativi prima, un turbinio di felicità quando l’oncologa dello IEO mi disse che ero “oncologicamente guarita”.
Felicità. La vita aveva ripreso a sorridermi, affrontavo i controlli semestrali con positività’, era passato, avevo vinto, così’ mi avevano lasciato intendere.
L’estate del 2016 era stata una bella estate per me, gli stabilimenti balneari chiudevano il 15 settembre, ed il 15 settembre era fissato il mio consueto controllo.
Ma non andò come tutte le altre volte. L’ecografia bilaterale confermava recidiva più’ 2 piccoli noduli di pochi millimetri, io che crollavo sulla sedia presa da un attacco di panico, un caffè, qualche cioccolatino per farmi riprendere. Disposta immediatamente PET, che feci in solvenza per abbreviare i tempi di attesa e l’esito, minuscole localizzazioni ossee al bacino e ad una costola.
Localizzazioni… così mi dissero, forse per non spaventarmi. 
Solo allora seppi che il mio tumore primario, benché molto piccolo, era un HER2 positivo. La ricerca convulsa sulle pagine mediche di internet, il consulto con gli oncologi di Genova e della mia città e quella loro domanda… “perché?”, nel 2013 non la trattarono con la terapia ormonale o almeno una chemioterapia adiuvante, vista l’aggressività del tumore primario?”
“Perché?”. È una domanda per ora senza risposta, ma anche se non cambierà la mia situazione, ho intenzione di andare a parlare con l’oncologo che firmò, nel 2013, le mie dimissioni. Lo farò, è la cosa che desidero di più’, forse quando gli avrò detto in faccia tutto quello che penso di lui, riuscirò a calmare questa rabbia che covo in me.
Attualmente sono in cura, ma non sono ancora riuscita ad accettare la mia situazione. Il mio equilibrio psicologico ha avuto un crollo peggiore di quello del 2013.
Mi sono caduti i capelli, le sopracciglia, sono tornata bambina… i miei piedi certi giorni sembrano dei mattoni e ogni tanto, dopo l’infusione, mi si alza la febbre.
Non so come andrà a finire, mi sembra di non vedere l’uscita dal tunnel fatto di terapie, controlli e chissà’ cos’altro. Non riesco ad adattarmi a quest’idea.
Vorrei riuscire ad affrontare questa situazione con positività, cercando di prendere dalla vita il meglio che ogni singolo giorno può offrirmi. Ma per ora non ce la faccio, odio il mondo, odio i medici che mi seguirono nel 2013, la mia unica ancora, oltre a quella di mamma e papà, è mio marito, che dal primo giorno ho sempre avuto vicino.
Ed è ripresa un’altra estate, la spiaggia sotto casa, la gente, il vocio dei bambini che giocano sulla sabbia, il venditore di cocco che passa. 
Ed io qui, a combattere la battaglia più’ dura che mi potesse capitare, rivedendo quel film in bianco e nero senza sonoro.