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Una giornata da metastatica

Sveglia odiosa!
Anche perché non ho chiuso occhio stanotte. Ma quante infusioni avrò fatto finora? Eppure, non dormo mai bene la notte prima della chemio. Non è qualcosa a cui ci si può abituare… mai! La pausa, poi, non basta per riprenderti, non basta psicologicamente… non basta! Punto. Fai appena in tempo a stare meglio e tornare attiva ed ecco che è già arrivato il nuovo ciclo!
Vabbè, mi alzo o faccio tardi. E mentre faccio queste riflessioni, realizzo che non devo pensarla così, anzi! Perché tutto sommato non posso lamentarmi della qualità di vita che ho! Lo so, sono tra le “più fortunate”. Non ho dolori, non sono limitata nei movimenti, ci vedo, sono lucida… MA, le mie metastasi sono al fegato e questo già mi rende meno “fortunata”, perché probabilmente avrò vita più breve di altre. Non c’è da scegliere o, per lo meno, io non saprei farlo, non c’è male minore in questi casi a mio parere! Questa condizione è crudele, qualunque cosa ne possano pensare “gli altri”. Quando diventi metastatica non sei più uguale a prima, la tua vita non lo è, e “gli altri” non capiscono, e questo lo pensi sempre, perché ti senti diversa in tante circostanze, perché sei diversa ora. Non so se è la prospettiva della morte imminente, o la continua sofferenza… chissà, dovrei leggere qualcosa in proposito per capire.

Ok, tra un pensiero e l’altro ho già fatto quasi tutto: lavata, vestita, borsa pronta! Ah, no! Dimentico l’acqua. Ne avrò bisogno dopo l’infusione. Una truccata? Dò un’occhiata all’orologio, sì, ne ho il tempo!
Lo specchio, questo oggetto divenuto uno dei più odiati… Eccomi qui: i capelli non hanno forma! Troppo corti ancora per sistemarli con un bel taglio. Sono ricresciuti dopo che li ho rasati più volte dopo la terza caduta, notavo che man mano ricrescevano più folti e ci ho provato. Ormai sono un’esperta, una veterana della pelata! Chissà se potrò farli ricrescere, per un po’ di tempo almeno! Giusto il tempo di vedermi meno malata. Mmmm quanto correttore ci vorrà su queste occhiaie?! Orrende! Tanto mica le coprirà del tutto! Impossibile… Beh, almeno oggi non sono pallida, ma un po’ di fard devo metterlo lo stesso! L’infusione mi sbatte molto, cerchiamo di non spaventare chi mi vedrà nel pomeriggio! Ombretto, mascara, ok, fatto! Un burro cacao basterà… Si parte!
Un’occhiata al telefono: i soliti messaggi del buongiorno, non una parola in più! Ormai si sono tutti talmente abituati al fatto che IO faccia chemio, che neppure ricordano che faccio infusione oggi. Solo la mia famiglia lo sa ormai, e una o due amiche, non ne parlo se non mi chiedono e molto spesso non mi chiedono: tanti messaggi e nessuna comunicazione vera!
“Scegli ogni giorno il sorriso, e nonostante tutto sii sempre ottimista, nulla viene a caso.” Neppure il cancro immagino! O sì? Ecco finché non diranno esattamente come viene, e perché a quella determinata persona e non ad altre, forse sì…forse sono vittima del caso. Grrr
“Caffè per tutti!!! Amaro o zuccherato?” “No, io non posso, passo” risponderei al secondo messaggio con immagine, “devo prima fare il prelievo!”
“Ovunque vi porterà questa giornata andate con il sorriso.” Certo, giusto… ah ah ah! Ma… perché qui non vedo nessuno ridere? Sarà un altro caso…Sì, probabile!
Intanto sono arrivata, numeretto, prelievo… ho fameeeee!!!
“Questa vena si è stancata di darci sangue! Dobbiamo trovare un’altra mucca da mungere!” Simpatica l’infermiera, come sempre, sdrammatizziamo, intanto mi tocca un altro buco, sulla mano stavolta! Finalmente! Prelievo fatto. Voglio vedere per la PET e la TAC come faranno, quale altra mucca troveranno! Non pensiamoci ora, si va al bar, che è meglio!
“Oh, ciao!” “Buongiorno come va?” “Eccotiiii!!! Ti aspettavo…” Facciamo un po’ di salotto, noi donne, nell’attesa. Mi porto sempre dietro il tablet per guardare un film, ma tra una chiacchiera e l’altra, neanche lo tiro fuori dalla borsa, meglio! Il tempo passa più in fretta parlando.
“Ciao Ilenia! Come stai? Ma no, stai tranquilla, a che infusione sei? Brava! Stai per finire…”
“Tu?”
“Eh, io ancora non so…” Farfuglio, non le dico delle metastasi per non scoraggiarla, crede che mi opereranno una volta che ci sarà riduzione. Come faccio a dirle che sto morendo e che la stessa sorte potrebbe capitare a lei in un futuro non lontano? Non puoi… IO non posso… È così giovane, quanto me al primario.
Ma ecco che mi chiamano per la visita! Secondo l’oncologo tutto ok, le analisi vanno bene! Mi chiede se ho qualcosa da segnalare, dico di no, che non ho avuto nuovi effetti collaterali ed ho gestito i soliti: si fa terapia allora! Lui manda il fax in farmacia e non rimane che attendere l’arrivo dei farmaci. Intanto si è fatta ora di pranzo, meglio prendere un panino al volo!
Rieccomi in reparto, c’è ancora da attendere, non mi hanno chiamata e visto che le altre sono in visita o già in terapia che si fa? Prendo il telefono: un messaggio a Sara, vediamo come sta oggi. Non mi risponde, panico! Perché mi faccio assalire sempre dalla paura? Starà dormendo, mi risponderà al risveglio, o almeno spero! Non pensiamoci, chiamo la zia intanto.
“Ciao zia! Sono in attesa di visita, sì tutto ok. Come? La sorella di Federica? Davvero? Mi spiace… ah già la operano? Bene…prima è meglio è!” È giovane anche lei, come la madre che pure si è ammalata presto di tumore al seno e ha pure avuto una recidiva qualche anno dopo.
“Cosa? Ma zia, non è il caso che la incoraggi usando me come esempio, sono due cose diverse, zia! E poi guarda che non è detto che io resista a lungo… Sì, sì, devo essere positiva, lo so… ci provo, lo sai! Non sei tu che mi dici sempre che sono solare? Lo sai che lo sono, ma NON basta! Ok, sì zia, basterà, va bene… ti chiamo appena arrivo a casa, ciao!” Taglio corto, non ho più voglia di discutere… possibile che non vogliano accettare l’idea che sono INGUARIBILE? Arrabbiarmi prima della terapia non mi fa affatto bene! Non dovrebbero neppure dirmi certe cose… mi parlano di altre donne malate e poi quella negativa sono io!!! Mi si dice sempre che devo pensare ad altro, ma predicare è facile. Io capisco che ci vogliono credere alla mia guarigione, perché mi vogliono bene, ma illudersi non farà bene a loro DOPO!
“10!”
“Sì, eccomi!”
“Box 7!”
“Grazie Marcella!”
Marcella, la dolcissima infermiera, tira le tende, io mi scopro il petto… Disinfezione, lavaggio del port e si comincia! Fortuna che questa terapia dura poco e che non prevede l’antistaminico! Premedicazione, lavaggio, 5 minuti di terapia, lavaggio. Intanto guardo un pezzo di film, la mia compagna di box dopo l’antistaminico dorme… Metto le cuffie e Ozpetek mi intrattiene piacevolmente.
“Ok! Ora stacchiamo tutto, hai finito per oggi!”
“Si, finalmente! Grazie…”
Ogni volta che noto stupore per un ringraziamento, puntuale da parte mia, mi chiedo perché la persona che ho ringraziato ha avuto quella reazione. Ecco, come il capotreno che non capisce perché lo ringrazio quando ha finito di controllare il mio biglietto e mi guarda un attimo prima di rispondere “Grazie a lei!”, anche qui, se per caso c’è un infermiere nuovo che non si aspetta la mia gratitudine, avviene la stessa cosa. E mi chiedo: è così raro ringraziare per aver potuto fare terapia? Sarà che non la riteniamo un “servizio per cui ringraziare”?!

E intanto cominciano le telefonate… mamma, l’altra zia, cugina, fratello, vogliono sapere se ho finito ed è tutto ok, poi qualche messaggio a cui rispondere e il sospirato ritorno a casa! Sete tanta, davvero tanta, ma anche agitazione! Stanotte la farò in bianco, è sempre così! Due giorni di iperattività e mancanza di sonno e il resto della settimana fiacchezza.
“Sì, sì, sto bene zia, grazie! Ho tanta sete, la bocca strana e impastata, come al solito, tutto questo durerà giorni.”
“Vuoi mangiare qualcosa?”
“No grazie mamma, ho mangiato un panino in ospedale, ma poi… dovrei pranzare alle quattro del pomeriggio? Proprio non ha senso…”
“Ciao! Sei tornata finalmente! Possiamo fare i compiti?” – mi dice la figlia di miei amici, saltandomi addosso, ha sette anni, la aiuto io, i genitori non possono.
“Certo! Sono tanti?”
Arriva l’ora di cena, per fortuna, faccio qualche chiamata, si spera veloce, e poi a letto davanti alla tv, mentre i messaggi della buonanotte arrivano puntuali.
“Non importa com’è andata oggi, il bello della vita è che c’è sempre un domani e i sogni non hanno scadenza!”
“Forse i sogni no, ma io SÌ! e breve…”
Con questa considerazione spengo tutto e mi ripeto: “anche per oggi ho fatto il pieno! Basta!”

Non penso al buio

La mia storia esce dalla normalità del percorso di tante malate perché appartengo a quel piccolissimo numero di donne che sono intolleranti ai chemioterapici, per cui non possono curarsi, ma la vorrei raccontare perché in fondo condivido con le metastatizzate la stessa paura di venire sopraffatte dal cancro.

Il cancro può diventare più forte o, nel mio caso, nascondersi talmente bene da non accorgersene finché non si manifestano i sintomi.
Io credo profondamente che bisogna conoscere il cammino di chi incontra più difficoltà nella lotta contro il tumore. Il semplice fatto che, nonostante le difficoltà, io sia qui a scrivere dimostra che non si deve mai perdere la speranza.
Il cancro è entrato nella mia vita per ben due volte. La prima nel 2011 al seno e la seconda nel 2015 al colon retto.
Affrontarli è stato molto duro per me e la mia famiglia perché questa malattia travolge tutti coloro che ci sono intorno.
Si attraversano momenti che sono fatti di giorni lunghissimi, dove il dolore e la disperazione la fanno da padrone. La speranza va via ed il desiderio di alzare le mani è forte, ma è proprio in questi momenti che bisogna reagire, stringere i denti e lottare. Lo dobbiamo a noi, prima di tutto, ai nostri figli, ai nostri cari e anche a quelle donne che non sono riuscite a vincere la battaglia contro il tumore.
Quando scoprii che avevo il cancro al seno, il primo pensiero fu per i miei figli.
Conoscevo bene questo nemico perché era entrato nella mia famiglia molte volte portandosi via i miei cari e sapevo, più o meno, come sarebbe stato il mio percorso di ammalata, ma ancora di più ricordavo il trauma che provoca ai figli.
Rimangono ferite che ancora oggi io ed i miei fratelli portiamo dentro e non potevo accettare che accadesse anche ai miei ragazzi. Per cui scelsi di non parlare subito del mio problema.
Avevo bisogno di trovare una soluzione che mi aiutasse ad affrontare al meglio la mia malattia e non so per quale motivo la cercai su internet. Non volevo risposte mediche. Volevo solo trovare un sostegno.
Capitai in un Forum di donne operate al seno che, come me, stavano accertando la malattia; alcune già in terapia, altre uscite dal buio.
Mi aggrappai a quelle pagine virtuali per intere notti e non trovai la “risposta”, ma grazie alla condivisione del mio dolore scaricavo il peso delle mie paure e così trovai il coraggio di parlare ai miei cari.
Con loro al mio fianco e le nuove compagne di percorso virtuali, affrontai la mastectomia.
Il primo ostacolo fu quello psicologico: dover accettare la protesi.
Per la maggioranza delle donne, la ricostruzione del seno significa il primo segnale di avere girato pagina.
Io, invece, avrei preferito la cicatrice al posto di quello che ancora chiamo estraneo.
La mutilazione non la subivo come un affronto al mio corpo, ma come dimostrazione di forza contro questo male che mi aveva colpito nel mio intimo più profondo.
Non era così per la mia famiglia e, in particolare, per mia figlia.
Capii ben presto che, per chi mi stava accanto, questa mia decisione sarebbe stata molto dura da accettare perché ai loro occhi proprio per la mia mutilazione sarei stata sempre la mamma malata.
Allora, anche se mal volentieri, capitolai e decisi di mettere la protesi.
Mi aspettava un lungo percorso chemioterapico, vista l’aggressività del cancro, ma purtroppo non riuscii a fare molto perché il mio corpo non resse l’impatto. I medici provarono in tutti i modi ad andare avanti con le terapie, ma dopo un numero imprecisato di ricoveri in pronto soccorso sospesero il protocollo per allergia alla chemio.
Mi ci volle tempo per rimettermi in piedi fisicamente, ed ancora di più per accettare lo sgambetto che il mio stesso corpo mi aveva fatto. Sapevo che il mio nemico era subdolo e io non avevo le armi preziose per combatterlo.
Fu in questo periodo che insieme ad altre tre donne operate come me, decidemmo di aprire un nostro Forum che fosse in grado di attivare una sorta di auto mutuo aiuto.
Ci sono donne, infatti, che non riescono ad uscire allo scoperto quando sono in difficoltà ed il web può essere un buon salvagente, come era stato per me.
Questo impegno fu molto gratificante perché avevo la sensazione che le nostre esperienze potessero dare sollievo ad altre persone e soprattutto mi faceva pensare al domani.
Poi, proprio durante i controlli di prevenzione che faccio ogni quattro mesi, mi diagnosticarono un adenocarcinoma al colon retto.
Mi aspettava la rimozione di tutto l’intestino e la conseguente stomia.
Una bella beffa per me che ancora dovevo accettare la mia protesi al seno.
La vigilia di Natale del 2015 subii l’operazione e con il mio intestino se ne andò anche il poco di femminile che di me era rimasto dopo l’operazione al seno.
Se il tumore al seno colpisce la donna nel suo intimo più delicato, quest’altro mina anche il fisico perché il corpo deve imparare a funzionare senza intestino e diciamo che il percorso è molto impegnativo.
Il dolore la fa da padrone e quando succede la mente segue solo il male e si fa fatica a reagire agli stimoli di chi cerca di aiutare.
Il nuovo percorso chemioterapico che avrei dovuto affrontare, sarebbe stato molto più aggressivo perché un linfonodo era stato intaccato.
Ovviamente, come per il tumore al seno, riuscii a fare solo una chemio perché, anche questa volta, il mio corpo si rifiutò di proseguire il trattamento per allergia.
Solo una cosa fu diversa: la reazione alla terapia mise in pericolo la mia stessa vita per cui il protocollo terminò.
Io devo essere sincera, non sono arrabbiata con il cancro. Questo è un male che capita e ci sono armi efficaci per combatterlo e vincerlo.
Io sono ferita dal rifiuto del mio corpo che mi ha impedito di curarmi, facendomi sentire come se fossi condannata a vivere con l’etichetta della mia scadenza in mostra e con la consapevolezza che tutto può precipitare perché il cancro è subdolo. Sa nascondersi, per cui devo sperare che i medici abbiano antenne sopraffine che lo scovino e lo possano togliere chirurgicamente, altrimenti per me è finita.
A questo non mi sono piegata, vivo appieno la mia vita senza pensare al buio. Non spreco la mia vita per ciò che magari potrebbe anche non succedere.
Ora la mia salvezza è la prevenzione. Questa è la mia unica arma, giocare d’anticipo. Beccarlo in tempo per sconfiggerlo come meglio posso, senza l’importantissimo sostegno della chemio.
Per questo credo profondamente che il mio compito sia quello di diffondere questa cultura o modo d’agire.
Una malattia presa all’inizio si combatte meglio e con più efficacia, ma, anche se viene scoperta tardi o non si possono usare queste armi così preziose, non ci si deve far travolgere dalla paura perché non è finita fino a che non è finita realmente.

La vita è un soffio

Quel 27 maggio del 2011 lo ricordo bene: mi trovavo in camera da letto e mi stavo preparando per andare a lavoro.
31 anni, un compagno assente, una nuova casa con un bel mutuo da pagare, un lavoro che non mi garantiva più quella sicurezza economica di cui avevo bisogno. Fortunatamente avevo lui, Giacomo, il più bel dono che la Vita potesse darmi, che aveva appena 20 mesi. D’un tratto quella mattina mentre mi stavo preparando per andare al lavoro sento un nodulo duro vicino al capezzolo della mammella destra. Pochi giorni dopo arriva la sentenza: carcinoma duttale infiltrante di 17 mm e carcinoma in situ ad alto grado. La mia vita si era trasformata in un incubo. Mi sottoposi a ben 4 interventi per cercare di rimuovere i 2 tumori. Era come se stessi vivendo la vita di un’altra persona, una brutta vita e l’unica cosa che desideravo era guarire.
È proprio vero che scopriamo di essere forti solo quando ci troviamo di fronte a grossi problemi da superare. Con rinnovata grinta e tenacia riprendo la mia vita in mano: lascio il lavoro e il padre di mio figlio, mi trasferisco vicino ai miei genitori nel mio paese di origine: lavoro molto su me stessa.
Chi sono? Qual è il bene per mio figlio? La fede in Dio mi fa ritrovare quella pace interiore che avevo perso, un passo dopo l’altro imparo ad amarmi nuovamente e mi sento libera e serena. Ed ecco che, come per magia, compare il mio principe con cui instauro fin da subito un rapporto speciale, un’affinità unica mai provata prima.
Stavo terminando la terapia adiuvante quando il 06 giugno 2014 convinsi il mio principe a farmi un’ecografia all’addome. Sentivo la sua mano tremare e nei suoi occhi leggevo tanta paura..un presagio? L’ecografia evidenziava dei presunti angiomi fino a quel momento mai segnalati. Di lì si susseguirono risonanze, tac e 2 biopsie polmonari poi finalmente a luglio il responso: il mostro era tornato seppur cambiato e si era fatto più aggressivo, ma fortunatamente con ottimi farmaci innovativi abbinati alla chemio lo potevo combattere. Le metastasi erano in tutto 3: al polmone, alla teca cranica e al cervelletto.
Un anno dopo scoprii da un test genetico di avere una particolare mutazione: sono positiva al BRCA2 che porta a un alto rischio di tumori al seno e all’ovaio e da qui decido di asportare tube e ovaie per ridurre il rischio.
Da 3 anni e mezzo sono in remissione da malattia, sono NEAD. Ho la consapevolezza che NON sono guarita, ma sono felice, so che la vita è un soffio e dobbiamo dare un senso a ogni singolo istante. Nulla accade per caso, forse Dio mi ha messo alla prova per avvicinarmi di più a Lui, perché non stavo vivendo la vita che volevo, per darmi una scrollatina.
Ogni 21 giorni sono in ospedale per fare la terapia di mantenimento, incontro colleghi di percorso la mia vita si intreccia con quella di tanti altri, con medici, infermieri, volontari e cerco di portare un contributo positivo a chi incontro anche se spesso sono loro a regalarmi qualcosa.

Cosa resta di me

“Ma tu sei forte…”
Quante volte mi sono sentita ripetere questa frase da quando mi sono ammalata!
E ogni volta mi arrabbiavo e, solo per buona creanza, riuscivo a regalare al mio interlocutore un sorriso forzato anche se, dentro di me, avrei voluto rispondere: “Sì, sono forte e se vuoi ti do un po’ della mia forza, però ti prendi anche un po’ della mia malattia”
Ora non mi arrabbio più e riesco finalmente a interpretare questa frase come un complimento.
È una delle tante cose che sono cambiate nella mia vita da un paio d’anni a questa parte, un approccio diverso nei confronti delle persone e del mondo che mi circonda.

Tutto è iniziato qualche giorno prima del Natale 2014, avevo da poco compiuto 62 anni.…
Ero andata in pensione da appena un anno, una tappa importante nella mia vita, mi sembrava fosse arrivato il momento di voltare pagina e di cominciare ad organizzare il mio tempo in modo più libero e creativo.
Da un po’ di tempo però sentivo un nodulo al seno destro ma tutto sommato ero tranquilla, una mammografia eseguita a maggio dello stesso anno non aveva evidenziato nulla di anomalo e quella strana pallina mobile che sentivo sottopelle era probabilmente una ciste infiammata, cosa di cui avevo già sofferto in passato.
Non mi perdonerò mai di aver trascurato questa cosa, considerando anche la mia storia familiare: mia sorella che se n’era andata qualche anno prima per un tumore al seno, a soli 47 anni, e mia mamma che si era trovata ad affrontare lo stesso problema solo sei mesi dopo la scomparsa della figlia.
Forse ho avuto paura…paura di affrontare una realtà che mi veniva sbattuta in faccia così prepotentemente…un pensiero che volevo scacciare dalla mia mente.
Ma quando toccandomi ho sentito qualcosa anche sotto l’ascella sono corsa dal medico di famiglia che mi ha spedito subito da un senologo.
Sono riuscita a prenotare nel giro di un paio di giorni una visita in un ospedale vicino a casa e il medico che mi ha fatto l’ecografia, un po’ sommaria per la verità: nonostante le mie pressioni, non si preoccupava di esaminare l’ascella, limitandosi a dire che ciò che io sentivo alla palpazione era soltanto un lipoma e, pur conoscendo la mia storia familiare, alla fine della visita mi ha detto che forse era il caso di togliere quel nodulo al seno, ma senza fretta. L’accordo era che sarei tornata da lui dopo una ventina di giorni per compilare la cartella clinica.
Quando sono tornata a casa ho raccontato tutto a mio marito che mi ha suggerito di sentire il parere di un altro medico. Ci siamo andati insieme da quest’altro senologo che, dopo aver fatto un’ecografia e un ago aspirato, mi ha detto chiaro e tondo di non illudermi e che quasi sicuramente si trattava di un carcinoma.
L’istologico è arrivato un paio di giorni dopo e ha confermato ciò che già mi era stato paventato.
Da qui è iniziato il mio lungo calvario e devo dire che a partire da quel giorno il mio amorevole compagno non mi ha più abbandonata e mi è sempre stato vicino. È stato difficile comunicare ai nostri figli e a mia mamma questa terribile notizia, ma tutti si sono stretti attorno a noi e mai come in quei giorni mi sono sentita coccolata e amata, anche se angosce, ansie, e pensieri negativi non facevano che offuscare la mia mente.
Mi sembrava di avere i giorni contati e uno dei pensieri più ricorrenti era: “Chissà se riuscirò a vedere crescere i miei nipoti…”
Il mese successivo alla diagnosi è stato caratterizzato da un intenso susseguirsi di visite, analisi, esami e lacrime a non finire, avrei potuto imbottigliarle.

Ma il giorno dell’intervento mi sono presentata in ospedale tranquilla e serena. Ero stata persino dal parrucchiere perché volevo che tutti mi vedessero in perfetta forma, ben sapendo che presto avrei dovuto rinunciare anche alla mia amata chioma.
Sapevo che non sarebbe finita lì, ma non avrei neppure immaginato che al primo intervento, nel giro di poco meno di due anni, ne sarebbero seguiti altri due, volti a togliere alcuni linfonodi pettorali e sovraclaveari metastatici e un linfonodo ascellare recidivante.
Per non parlare della chemioterapia, la temuta “rossa”, a cui è seguita quella “gialla”, la perdita dei capelli, la radio, le nausee, la stanchezza, qualche chilo di troppo e la vita di prima, che non c’era più.

Sono sempre stata un’appassionata e un’assidua frequentatrice della montagna e anche se mi sentivo mutilata nel fisico e nell’anima ho sempre creduto che stavo apprestandomi a scalare la montagna più difficile e impegnativa della mia vita ed ero convinta che ce l’avrei fatta, ma tutte le mie speranze si sono infrante nel momento in cui ho appreso la notizia che era comparsa una metastasi anche al fegato.
Un’altra bella botta, da cui mi sto gradualmente riprendendo..
Ho dovuto rimboccarmi di nuovo le maniche e affrontare un’altra chemio, sopportabile, ma che ha funzionato per soli otto mesi ed ora eccomi alle prese con una nuova terapia, un’ormonale, con effetti collaterali quasi inesistenti…. Sto bene, mi sento in forma…. vorrei continuare così per anni, ma so che è impossibile.
In fondo mi ritengo una donna fortunata, ho una bella famiglia, che mi ha sempre tenuta per mano, dimostrandomi affetto e dedizione e alcuni cari amici, che mi sono sempre stati vicini in questo percorso doloroso che tanto mi ha tolto, ma qualcosa mi ha dato…..e anche se le esperienze personali degli ultimi mesi mi hanno segnata, mi hanno obbligata e in un certo senso aiutata a dare un equilibrio e un senso diverso alla mia vita insegnandomi ad apprezzare e a dare valore a tante piccole cose che magari un tempo mi sfuggivano. Non ho smesso di fare progetti, ma procedo a piccoli passi, programmando a breve scadenza e cercando di cogliere quello che ogni giornata mi offre, anche se non è sempre facile….
So che non guarirò più ma la mia cima, anche se ormai irraggiungibile, è sempre lì, ad indicarmi la strada da seguire e a farmi sognare.
Ora cammino più lentamente, ma mi guardo intorno con più avidità e curiosità, cercando di cogliere quei particolari che riempiono i miei occhi di gioia e di meraviglia e che prima faticavo a cogliere.
Ora riesco a percepire la diversità di ogni cielo, le sfumature di ogni colore, il respiro del bosco, la carezza del vento, l’abbraccio degli alberi..
Anche se non posso arrivare in cima alla montagna, posso sognare di essere lassù, sospesa tra terra e cielo..
Faccio cose diverse, ma sono sempre io, vedo con nuovi occhi, ma “sento” con lo stesso cuore….
Io sono forte!

Metastatica con esordio anomalo

Sono un’infermiera e la “maledizione da camice bianco” mi ha colpita all’età di 48 anni nella maniera più strana, in quanto sono state scoperte prima le metastasi “anomale” orbitali che il tumore primario.
Ho avuto la diagnosi a novembre 2016, ma da almeno 2 anni lamentavo disturbi vaghi quali febbricola pomeridiana e stanchezza “strana”, però essendo una persona allergica e con problemi articolari da sempre, le indagini diagnostiche si svolgevano tutte nell’ambito dell’allergologia e delle autoimmunità.

Essendo infermiera, e quindi a contatto con medici tutti i giorni, ovviamente mi lamentavo dei miei disturbi, chiedevo consigli e informazioni ma non avendo nessun riscontro diagnostico, a parte alcuni esami sulle malattie autoimmuni, ero considerata un’ipocondriaca, forse una che non aveva più voglia di svolgere il suo lavoro…eppure io amavo il mio lavoro, al punto che circa 3 anni fa, con un dito del piede rotto, non ho fatto un giorno di mutua: andavo a lavorare e stavo tutto il giorno in piedi fra dolori indescrivibili, solo perché amavo il mio lavoro.

Ad agosto 2016, iniziai a lamentare dolore ad un occhio, così mi sottoposi ad una visita oculistica: temevo un glaucoma, ne ho la familiarità. La visita fu negativa per quanto riguardava il glaucoma per cui, ipotizzando una causa infiammatoria, mi venne prescritta una cura con anti infiammatori, ma i dolori continuavano, fino a quando l’8 di agosto, sul lavoro, iniziai a vedere doppio.
Mi portarono al pronto soccorso, dove mi fecero una tac urgente al cranio che non riscontrò alcuna anomalia. Mi visitò un neurologo che riscontrò paralisi del III nervo cranico e mi prescrisse una risonanza magnetica urgente che evidenziò presenza di rigonfiamento dei muscoli oculari nell’orbita destra, dovuti probabilmente ad un morbo di Basedow.
Feci quindi ulteriori accertamenti oculistici ed endocrinologici per valutare la funzionalità tiroidea in quanto il bulbo oculare destro si era spostato in avanti, ma anche questi accertamenti risultarono negativi.
Venni rivista dal neurologo, il quale, sospettando una miastenia oculare, mi sottopose ad elettromiografia con stimolazione ripetitiva: normale.
A questo punto la rabbia la fece da padrona: “Possibile che non si trovi una causa”?
Pensavo di impazzire…era fine settembre: un mese con un disturbo a cui nessuno sapeva dare un nome e un cognome.
Si dice che i medici e gli infermieri siano i pazienti peggiori…una sorta di maledizione da camice bianco che fa sì che se qualcosa può andare storto lo andrà sicuramente.
Allora decisi di cambiare ospedale, quasi per esorcizzare la maledizione: contattai un ospedale di Milano specializzato in patologie neurologiche (ancora pensavo che il problema fosse neurologico o autoimmune): ad ottobre fui ricoverata per una settimana e sottoposta ad ulteriori indagini diagnostiche (risonanze magnetiche, elettromiografie, esami del campo visivo…) tutte senza riscontro. Venni anche visitata da una neuro-oftalmologa, chiamata in consulenza da un terzo ospedale, la quale mi prescrisse una biopsia del tessuto orbitale.
Il 16 novembre eseguii la biopsia e dopo un paio di settimane mi venne comunicata telefonicamente la sentenza: presenza di cellule neoplastiche di origina mammaria.
Appena ricevuta la comunicazione mi misi in contatto con la chirurga che 2 anni prima aveva operato mia madre per k mammario, la quale mi vide il giorno dopo e mi programmò immediatamente tutte le indagini diagnostiche, nonostante non avessi ancora un referto cartaceo della biopsia e alla palpazione non apprezzasse alcun nodulo sospetto.
La mammografia del 30/11/2016 evidenziò due formazioni di 10 e 7 mm meritevoli di verifica micro istologica e un linfonodo ascellare sospetto di aspetto secondario di 11 mm.
La PET fatta successivamente evidenziò molteplici aree colpite, la mammella e poi fegato, ossa, linfonodi ascellari e la regione oculare di cui ho già parlato e il pancreas, nonché una sospetta carcinosi peritoneale. Eseguii una ulteriore tac a dicembre, dove si evidenziarono ulteriori aree interessate dalla malattia.
I primi giorni sono stati terribili: mi è crollato il mondo addosso: possibile che la mammografia fatta 1 anno e mezzo prima non avesse rilevato nulla? Come mai lo screening prima dei 50 anni consiglia una mammografia ogni 2 anni? Sono un’infermiera, tutto il giorno in mezzo ai medici…come mai nessuno, me compresa, ha mai ipotizzato una sindrome paraneoplastica? Perché si pensa sempre che certe cose capitino agli altri, non a noi o ai nostri cari.
Eppure, le mammografie le facevo regolarmente, avrei dovuto anticiparla, avrei dovuto pensarci…quante domande senza risposta, quanti sensi di colpa…eppure le facevo ogni 2 anni…l’ultima l’avevo fatta 1 anno e mezzo prima, era negativa…ma io avevo già la febbricola…allora a che serve lo screening? E mia figlia? Ha solo 10 anni…che ne sarà di lei? Condannata a crescere senza mamma? Ho un compagno che adoro, devo sposarmi subito, così forse potrà adottare mia figlia di cui non è il padre biologico ma l’ha cresciuta lui. Il padre biologico non se ne è mai interessato, troppo impegnato ad odiarmi e a complicarmi la vita. Questi i pensieri che mi hanno attanagliata appena avuta la diagnosi.

“Devo mettere tutte le cose a posto” mi sono subito detta e piano piano ci sto riuscendo. Mi sono sposata a giugno 2017 e intanto mia figlia ha quasi 12 anni…sono intenzionata a vederla crescere e faccio di tutto per raggiungere quest’obiettivo.
Feci la visita dall’oncologo a dicembre e iniziai una terapia ormonale e in più le terapie oncologiche integrate (fitoterapia e omeopatia) e cambio dieta secondo indicazioni del professore che mi segue.

Mi sono sottoposta a 3 sedute di Cyberknife alle lesioni orbitali dell’occhio destro ad aprile 2017.
A tutt’oggi permane la diplopia, è alienante vederci sempre doppio: non sono autonoma in molte cose, non guido più, non prendo l’autobus se non accompagnata, rompo bicchieri, mi ustiono con le pentole…
A febbraio 2018 mi hanno cambiato la terapia a causa di un aumento dei marcatori (nel mio caso attendibili), nonostante la tac denoti stabilità.

Sono in pensione ai sensi della legge 335/95, invalida 100%, handicap grave articolo 3 comma 3.
Ho in corso una causa per malattia professionale, visto che per 28 anni ho preso quotidianamente raggi x e fino a 15 anni fa le norme di radioprotezione non erano sufficienti (mancavano molti dispositivi di protezione individuale e quelli presenti erano inadeguati).
I miei noduli erano impalpabili: neppure la senologa li sentiva, ma mi ha comunque fatto fare tutti gli accertamenti in tempi brevissimi nonostante avessi un referto istologico “telefonico”. In quanto metastatica all’esordio non mi ha operata, perché togliere il primario al seno sarebbe come togliere la punta ad un iceberg e mi ha subito affidata alle cure degli oncologi.

Convivo ufficialmente da quasi un anno e mezzo con l’abusivo (ma ufficiosamente da almeno 2 anni prima: la febbricola e l’astenia rientrano tra i sintomi della sindrome paraneoplastica) e ho stretto un patto con lui: “Fammi crescere mia figlia”
Spero che l’abusivo rispetti questo patto…mi ha già rovinato la vita a sufficienza, e continuo a sperare nei progressi della scienza.

La mia fetta di felicità

Sono Isabella e ho 49 anni.
Ho due figli, di diciassette e tredici anni, e un marito dolce, premuroso e onnipresente, che ha abbracciato insieme a me questa croce.

Quando hai la salute, non la sai apprezzare e non immagini nemmeno che, parallela alla tua, vi è la vita di tante persone che non ridono più e non piangono più, perché non hanno neppure le lacrime per farlo.
Poi, ad un certo punto, quelle vie si incontrano e non sai spiegarti perché.
Solo allora, quando la malattia bussa alla tua porta ed irrompe con prepotenza, cominci a riflettere sul vivere e sul morire, sulla caducità di alcune cose e sull’inestimabilità di altre.
Il momento in cui ti accorgi della fragilità e della precarietà della vita è lo stesso momento in cui impari ad inneggiare alla bellezza di esistere: ti basta guardare il volto dei tuoi figli per vedere nel loro sorriso la luce che squarcia la notte più tenebrosa, la gioia che non vuole cedere il passo alla tristezza, la speranza che sconfigge l’angoscia e…sentire la presenza di un Dio, fedele alla sua promessa, che non ti abbandona mai e soffre insieme a te.

Dal 2010 combatto contro un tumore che, partito dal seno, ha metastatizzato al fegato.
Tutto è iniziato nel dicembre 2009, con un semplice controllo che mi hanno costretto a fare mio marito e mia madre, poiché una mia cugina aveva scoperto a novembre di avere un tumore al seno.
Nella mia famiglia, purtroppo, c’è ereditarietà.
Io non volevo andarci. Stavo benissimo e non toccavo nulla. Ero in lista per la mammografia per agosto 2011: non ci sarei neppure arrivata, vista l’aggressività del male!
A febbraio 2010 ho subito il primo intervento al quadrante del seno sinistro e poi a marzo ho avuto la mastectomia totale con asportazione di quattordici linfonodi, di cui undici già infiltrati.
Ad aprile ho iniziato la chemio, poi interrotta per un infarto, e ad agosto la radio.
Ho avuto due recidive ascellari e, ad ottobre 2014, ad un controllo PET, la grande, sconcertante sorpresa: metastasi al fegato.
In quell’occasione ho avuto tanta paura e tanto sconforto, soprattutto perché avrei dovuto lasciare i miei figli per operarmi in un nosocomio molto lontano dal mio paese.
Ricordo il viaggio: un pianto ininterrotto!
Quando sono arrivata nel reparto di chirurgia, sono sbiancata nel vedere tutti quei pazienti con i drenaggi appesi e le bottiglie di raccolta appoggiate su carrellini!
Sarei voluta scappare, rifiutare l’intervento e ritornare a casa.
Poi sono entrata nella cappellina, ho guardato Gesù sulla croce e a muso duro gli ho detto: “Adesso scendi di lì e stringimi la mano”. Immediatamente mi sono tranquillizzata.
L’indomani, con mio sommo stupore, sono entrata in sala operatoria come se fosse il salone di un’estetista. Erano molto agitati mio marito e mia madre.

Da marzo 2015 non faccio altro che cambiare terapie e mi sottopongo spesso a termoablazioni per bruciare le lesioni secondarie.
Ho sempre la valigia pronta, gli ospedali sono i miei nuovi hotel e infermieri e dottori il personale addetto a che la permanenza sia di mio gradimento!

Per la seconda volta indosso una parrucca, ho un cuore che non vuole riprendersi per effetto delle chemio, e ho cicatrici su cicatrici, trofei di una guerra che mi vede schierata in prima linea, bardata di tutto punto per sconfiggere questo orribile mostro.
Nonostante il mio stato di salute sia alquanto precario, non mi considero una malata oncologica, ma una signora “diversamente sana”.
La vera malattia non è quella che ti logora il corpo, ma quella che ti attanaglia la mente e l’anima e non ti fa “respirare”.

Io il miracolo l’ho già ricevuto: ho vinto la mia battaglia contro la paura, ho imparato ad incassare i colpi bassi, a controllare il turbinio dei cattivi pensieri, a procedere un passo alla volta, lasciandomi alle spalle ciò che di brutto mi capita, per ricominciare da zero.

Certo, non sono un “mutante”: li ho anch’io i momenti di sconcerto, però, se all’inizio mi terrorizzava persino passare vicino ad una clinica, adesso riesco ad affrontare tutto con una pace ed una serenità che solo Dio può donare.
Mi sono messa nelle Sue braccia e lì mi sento forte e sicura: è Lui la mia roccia di salvezza, il mio vincastro, il mio rifugio contro le burrasche della vita.

Quando faccio progetti per il futuro, tutti si stupiscono: “vivi alla giornata”, mi dicono.
Ma perché? Il presente è certezza, il futuro è sogno ed io non mi accontento solo di vivere, voglio sognare!
Chi ha dei problemi come me, deve farlo ancora di più e deve farlo alla grande.
Allora mi vedo con un bel vestito elegante a festeggiare i miei venticinque anni di matrimonio e poi i cinquanta; mi vedo alle nozze dei miei figli…a fare la nonna affettuosa dei miei nipoti.
Mi vedo con i capelli tutti bianchi, in riva al mare, abbracciata a mio marito, ad ammirare il sole infuocato che se ne va a dormire per lasciare posto alle stelle, mentre una brezza leggera accarezza le nostre anime.

Che male c’è a volere una fetta di felicità?
Che male c’è a sperare in un farmaco che guarisca il mio fegato?
Che male c’è a disegnare sentieri diversi su cui camminare?
Che male c’è a pensare ad un domani in cui non è un tumore a scegliere per te?
Voglio continuare a vedere il mondo con gli occhi di un bambino, per assaporare il gusto della scoperta, per riacquistare la curiosità di percepire la ricchezza di ogni esperienza, anche quella apparentemente insignificante, per rendere straordinario e irripetibile ogni momento che il Signore vuole farmi ancora vivere.

Sono Isabella, ho 49 anni ed ho deciso che non saranno delle metastasi a progettare il mio avvenire di donna, di moglie e di mamma.

Merito di essere felice

Era l’inizio di novembre, una giornata uggiosa, cupa, un dolore forte al seno sinistro mi spinse ad andare all’ospedale a fare un’ecografia. Niente, tutto ok. “Un’infiammazione”, mi disse la dottoressa. “Però c’è qualcosa al seno destro che non mi piace. Aura, fatti vedere”.
Macché, mi ripetevo, non ho nulla. Io ho da piangere e da soffrire (avevo perso mia cognata per un tumore, a 44 anni) e me ne frego di tutto e di me stessa. Voglio solo urlare ed essere incazzata con questa vita che spesso è uno schifo, e voglio morire.

Niente, non feci nulla, andai avanti così. Vivevo a stento, avevo mollato e continuavo a farlo. Ho sofferto tremendamente nel vedere quegli occhi gialli, la bile le aveva invaso tutto, però mi aveva promesso: “Non sarai mai sola, sarò il tuo angelo”. Passarono delle settimane… quel ticchettio nell’orecchio: “Promettimi che ti controllerai, non fare come me” (lei infermiera, mai un controllo; strano, no?)..me lo diceva spesso anche da viva ….quel pensiero era fisso lì: allora mi decisi.

“Buongiorno dottoressa, vorrei fare una mammografia”.
Tadan: tumore.
Scendo nel cortile dell’ospedale, avanti e indietro, 1, 2, 3, 25 passi avanti, 50 passi indietro. Silenzio. E ora? Come farò? Sono sola. E il lavoro? No, Gesù, no. Per favore, non mi hai risposto quando ti ho chiamato, ma ora spostati dove ti prende, che ti devo parlare.

All’improvviso volevo vivere, sono stata egoista e vigliacca. Volevo vivere per lei, per mio figlio che è bellissimo e intelligente… volevo vivere per me.

Oggi vivo con una consapevolezza diversa, la malattia ti cambia, il dolore ti cambia, non so nemmeno io come ho fatto: la mattina chemio, pomeriggio lavoro (… Gesù dopo avresti almeno potuto farmi crescere i capelli riccioli).
Vivevo da sola, un incubo, poi la gente abituata a vederti ridere sempre…non lo so …ma ho superato tutto e ora sono molto felice.
Non ho un compagno (non sopportava il fatto che zoppicassi sempre per via dei farmaci, per lui il tumore era un problema trascurabile, di poco conto e l’ho lasciato dopo inutili sofferenze).
Ma amo tremendamente la vita, l’amore per me stessa: perché oggi posso dire che mi amo e amo, vivo di piccole cose, mi piace aiutare le persone, anzi delle volte mi spingo oltre. Amo anche il mio coraggio di aver fatto tutto da sola e so che merito di essere felice.
Scusate la presunzione, di solito non lo sono, ma è solo per oggi, promesso.

Non credo nei miracoli

Mi chiamo Sabrina e ho 60 anni.

Ne avevo 48 quando mi fu diagnosticato un tumore al seno di tipo infiammatorio, una cosiddetta mastite carcinomatosa. Il mio seno era sempre stato piuttosto “denso”, come dicevano i medici, e quindi dall’età di 30 anni mi ero sempre preoccupata di fare controlli ecografici e in seguito anche mammografici. L’ultima mammografia negativa risaliva ad aprile 2005. La diagnosi infausta era del febbraio 2006…meno di un anno dopo.
Il cancro non aveva intaccato altri organi, ma prima dell’intervento era necessario fare diversi cicli di chemioterapia per la sua natura infiammatoria.
E così iniziai i miei sei cicli di terapia. Per fortuna questi fermarono e in parte ridussero il tumore che era molto avanzato localmente e a luglio 2006 potei sottopormi all’intervento di mastectomia. L’esame istologico rivelò la presenza di ben 11 linfonodi metastatici e che il tumore era ormonoresponsivo ma Her2 negativo.
Seguirono 25 sedute di radioterapia che interessarono tutta la parete emitoracica e l’incavo ascellare.
Contemporaneamente iniziai la terapia ormonale che mi portò alla menopausa indotta e che proseguii per 5 anni.
I controlli furono molto serrati, all’inizio 2/3 mesi e solo dopo diversi anni si passò a 6 mesi e infine ad un anno.

Erano passati 8 anni. La vita era ripresa come e più intensamente di prima. Mio figlio si era laureato e stava studiando per la laurea magistrale. Io, grazie alla forza che il male mi aveva dato, avevo vinto ansia e depressione che da sempre mi avevano oppressa, e avevo intrapreso il corso per soccorritore in Croce Rossa con successo. Non ero mai stata meglio né più soddisfatta di me nella mia vita.

Agosto 2014. Al controllo annuale venne rilevato un aumento dei marcatori tumorali. Panico.
Subito i bravissimi medici dell’ospedale in cui da sempre sono in cura avviarono le indagini diagnostiche del caso e scoprirono una recidiva all’altro seno.
Pensai fosse meglio che scoprire metastasi, e con grande ottimismo mi sottoposi alla seconda mastectomia e poi alla relativa ricostruzione plastica.
Questa volta i linfonodi non risultarono intaccati e i medici ritennero sufficiente una terapia ormonale.
Ma nonostante ciò i marcatori non erano ancora rientrati nella norma. Tac e pet però non rilevavano evidenze di malattia in altri organi, quindi si optò per un cambio di terapia ormonale. Niente…marcatori in rialzo.

Febbraio 2016: tac negativa. Per fortuna i miei oncologi non si accontentarono di questo risultato e richiesero una pet.
Metastasi ossee…4 lungo la colonna, dalla cervicale al sacro.
Bene, mi dissi, le metastasi ossee si possono tenere sotto controllo anche a lungo. Infatti, subito fui sottoposta a radioterapia (10 sedute) per la cervicale e il sacro, e iniziai la terapia con un anticorpo monoclonale specifico per metastasi ossee. Contemporaneamente iniziai una chemioterapia “comoda”, cioè in pastiglie da assumere a casa. E così, con una buona qualità di vita, continuai per un anno e più fino a maggio 2017 quando i marcatori ricominciarono a salire. La nuova pet evidenziò lesioni al fegato e un lieve versamento pleurico.
Il mondo per me finiva lì.
Ben consapevole che per lesioni viscerali la prognosi diveniva decisamente infausta e che la mia breve vita da lì in poi sarebbe stata scandita da un susseguirsi di terapie diverse, più o meno invalidanti e controlli frequenti e psicologicamente a dir poco da incubo.
E così infatti è stato fino ad oggi. Ho cambiato terapia altre due volte da allora, ho dovuto subire il posizionamento di una nefrostomia perché quello che non fa la malattia ai miei organi lo fanno le terapie che, se pur molto meglio tollerabili rispetto a quelle di 12 anni fa, i loro danni li producono sempre ad un organismo ormai già molto provato.
Mio figlio nel frattempo sta preparando un dottorato di ricerca all’estero, ed io mi convinco che abbia preso la sua strada con decisione e che non abbia più bisogno di me, ma in realtà farei carte false per vedere ancora tanti anni della sua vita e per conoscere i suoi figli.
Per come stanno oggi le cose so che non sarà possibile, e non credo ai miracoli.
Cerco di accontentarmi, so che 60 anni non sono pochi e vedo tante ragazze morire dello stesso male a 30 anni con bimbi piccoli, ma la vita non è più così interessante, e vivere alla giornata non è né facile, né appagante.

Sarò felice se con la mia testimonianza insieme a quella delle mie compagne di sventura, potrò fare qualcosa per spianare la strada ad una ricerca scientifica più mirata che possa aiutare le donne di domani che si troveranno ad affrontare questa malattia. Oggi solo curabile, domani, mi auguro, guaribile.

Erta Ale

Sette anni fa il cancro al seno lo conoscevo solo di nome, figurarsi la metastasi!
Era una cosa non meglio specificata, non sapevo che cosa era, non mi ero mai interessata al suo significato: boh, proprio non avevo idea di cosa fosse una metastasi.

Poi il 9 settembre 2011, due settimane dopo la mastectomia, al radiologo che mi fa la TAC chiedo se mi sa dire come va…e in quel momento il mondo mi sta per crollare addosso!! Ci sono delle metastasi alle vertebre, e in quel momento mi rendo conto che cancro e morte sono due parole che stanno diventando reali, prima erano solo due parole.
Il primo pensiero è andato alle mie figlie, sono piccole e io voglio vederle crescere, vincerò io, almeno per il momento!
Il consiglio dei medici è stato unanime: fare tanta attività fisica, limitatamente alle mie possibilità naturalmente. E così ho iniziato con l’acqua-gym e ho conosciuto l’ANDOS di Gorizia promotore dei corsi per le donne operate al seno. Da quel momento mi si è aperto un mondo, il volontariato e il sostenersi l’un l’altra e farne parte in maniera attiva. Ho conosciuto persone splendide, ma soprattutto ho conosciuto Pierangela mia compagna di merende, di viaggio e di avventure sportive e a noi si è unita Paola e insieme abbiamo creato il gruppo “CAMINANDOS GO!”. Abbiamo iniziato con il corso di Nordic Walking e da lì le prime marce. Il nostro traguardo è stato Roma 2017, la Race for the cure. Una bellissima soddisfazione partecipare a questa manifestazione, stancante perché le mie metastasi si fanno sentire. Quasi ogni giorno mi dicono “guarda che noi ci siamo” e la schiena non mi regge, ma quando cammino sono un’altra donna, sono sana, sono solo una sportiva e sono … invincibile!

Piera mi chiama “Erta Ale” è il nome di un vulcano, le iniziative me le penso di notte quando non riesco a dormire … fra pochi giorni iniziamo a pagaiare con una “dragon boat”, questa è una cosa che avrei voluto fare subito dopo operata ma le metastasi non me lo permettevano. Neanche adesso lo posso fare, ma la squadra l’ho creata io!

Il mio motto è: vivo spettinata perché tutte le cose belle della vita spettinano!

La mia Sicilia

Io non ci sono più dal 24 giugno 2011, mi hanno diagnosticato nel gennaio del 2009 un carcinoma duttale infiltrante metastatico.
Un mostro terribile che mi vuole uccidere, ho 59 anni, sono ancora giovane, ho una famiglia, un marito, quattro figli, di cui due gemelle di solo 14 anni.
Mi sento persa, disperata, ma trovo la forza di reagire, affronto l’intervento al seno, poi la chemio.
Perdo i miei capelli, sembro migliorare e poter cronicizzare il male.
Poi tutto precipita: il mio fegato si spegne.

Mi trasferisco nella mia casa in campagna ed è in quella casa dove sognavo con mio marito di trascorrere la vecchiaia che il mostro mi uccide una notte di giugno, già con il profumo dell’estate e lo splendido sole della mia Sicilia.