Dammi un bacio!

Questa è la storia di mia mamma, Paola, che tra un mese o poco più compirà, a Dio piacendo, 90 anni.

Quando ne aveva 56, nel maggio 1984, pochi giorni dopo il matrimonio di mio fratello (aveva aspettato che passasse la festa prima di andare a farsi visitare, essendosi trovata un nodulo al seno sinistro) ebbe la diagnosi di tumore, poi confermata come adenocarcinoma dall’esame istologico durante l’intervento.

Paola era insegnante di Lettere, sposata, con 4 figli; io, la maggiore e l’unica femmina, ero medico da 4 anni e sposata da 2, quando la storia della sua malattia è iniziata: da allora ho accompagnato e condiviso ogni tappa, da quelle minori (esami, controlli, ecc.) o finite bene, a quelle più pesanti (nuove tappe diagnostiche, metastasi, terapie, ecc.), filtrando le comunicazioni e diluendole nel tempo e portando in me ogni ansia, spesso forse ancor più di lei, sia per competenza professionale che per carattere.

Fin da subito infatti, in occasione dell’intervento, mi fu comunicato dal chirurgo che avrebbe asportato solo il nodulo, poiché la radiografia aveva mostrato una frattura costale, che fu letta come patologica (metastatica); essendo la frattura guarita, dopo un mese si dovette procedere alla mastectomia, con nostra gioia grandissima, ma con la necessità di spiegare alla mamma il perché: lei infatti era invece molto arrabbiata!

Seguirono le terapie e i controlli, per fortuna il suo tumore era sensibile alle terapie ormonali e i farmaci doveva assumerli per bocca. I figli si sposarono tutti, lei e il papà erano andati in pensione, arrivavano un po’ per volta i nipotini, che diventarono 11.

Dopo 8 anni, un nuovo nodulo comparve sulla cicatrice della mastectomia: nuovo intervento, radioterapia, cambio della terapia ormonale, intensificazione dei controlli. La scintigrafia ossea mostrava lesioni per lo più dubbie o di altra possibile natura, e ho imparato a convivere con il dubbio e a trasmetterle solo ciò che era necessario. Ma nel 2000, dopo altri 8 anni, una frattura metastatica del collo del femore portò alla chiarezza che la malattia non era risolta: fu necessario un intervento di osteosintesi (mettere un “chiodo”), altra radioterapia, altri farmaci. Subentrarono problemi cardiovascolari: una ischemia cerebrale, angina instabile, necessità di coronarografie e angioplastica per 2 volte, nel 2002 e nel 2007, con il corredo di altri numerosi farmaci, esami, visite, dubbi diagnostici, ricoveri, ecc. Nel frattempo mio padre, che era stato sempre in apprensione per lei e aveva condiviso con me e i miei fratelli tutti i passaggi, si ammalò in poco tempo di due diversi tumori e morì nel 2003, affidando la mamma alla mia protezione.

Dopo l’intervento al femore e la riabilitazione la mamma aveva ripreso a camminare con il bastone e poi senza, finché dopo qualche anno il chiodo si ruppe e per alcuni anni passò alla carrozzina. Nel 2007, a 79 anni, dietro insistenza dei medici, fu sottoposta a protesi dell’anca e l’istologico risultò negativo. Ancora una volta, dopo ricoveri, fisioterapia, deambulatore, riprese a camminare con il bastone e ritrovò la sua vitalità. Nel 2010 a seguito di una coronarografia ebbe un ictus, che gradualmente si può dire che non lasciò esiti. Ebbe ancora del tempo per vivere attivamente. La fede e la preghiera, gli affetti condivisi, le tante amicizie, il carattere aperto e ottimista, la fiducia nell’aiuto che le davo nel suo percorso l’hanno sempre sostenuta, portandola a continuare ad impegnarsi anche in attività di volontariato e di sostegno e guida per tante altre persone, nonostante la malattia.

A fine 2014 un’altra sorpresa: noduli sulla coscia, biopsia, diagnosi di metastasi. Radioterapia, cambio terapia, passaggio a terapia in muscolo. Entravamo nella stanza in cui i pazienti stavano facendo la chemioterapia e tutti guardavano questa vecchietta che, camminando sempre più a fatica, bastone da una parte e braccio di sua figlia dall’altra, si portava dietro la tenda per le iniezioni, chiacchierava allegramente con l’infermiera e con orgoglio le diceva: “Sa quanti anni ho? Sa da quanti anni sono ammalata?” e poi uscendo, incoraggiava le persone sedute sulle poltrone, con le loro flebo, mostrando che si può continuare a vivere e a curarsi anche per moltissimi anni, invecchiando anche se ci si è ammalati da giovani.

Fu trovata poi una piccola lesione al fegato, quindi un’altra. I markers un po’ si alzavano. Altro cambiamento della terapia. Nel frattempo la vita proseguiva: nel 2017 Paola è diventata due volte bisnonna e ha partecipato al matrimonio di un nipote. Molti suoi amici e amiche, tutti i fratelli e le sorelle e molti dei medici che l’hanno curata nel frattempo sono morti. Negli ultimi sei mesi un’ischemia cerebrale ha compromesso pesantemente le sue autonomie residue e le sue facoltà: ma con quel filo di vita ancora ci guarda e ci sorride quando riesce e ci dice: “Dammi un bacio!