Il lato positivo?

Salve, sono Rosa, ho 44 anni e sono madre di tre ragazzi: Giulia di 21 anni, Giuseppe di 17 e Rocco di 15. Moglie di Vincenzo da 22 anni. La mia storia iniziò nella primavera del 2014.

Durante la doccia avvertii al seno sinistro un indurimento. Mi sottoposi a mammografia che però diede esito negativo e la dottoressa mi disse di ritornare al controllo dopo un anno.

Il 18 luglio 2015 sentii forti dolori addominali, mi portano al pronto soccorso, dove scoprirono un calcolo renale, e dall’ecografia si evidenziò una nefrosi renale destra, così iniziai a fare tutte le indagini, TAC, scintigrafia renale, cistoscopia, ma non sembrava niente di importante. Nel mese di ottobre 2015 vidi i capezzoli di entrambi i seni rientrati. Praticamente non li avevo più. La senologa mi mandò a Bari da un suo collega chirurgo. Quel giorno non lo dimenticherò mai. Ero nello studio di Bari con mio marito e mia figlia, quando il dottore mi disse, senza girarci intorno, che si trattava di un tumore maligno e molto aggressivo. All’inizio rimasi passiva, poi mi vennero in mente mille domande, ma l’unica che riuscii a fare è “vivrò?”. Mia figlia si era come pietrificata e mio marito aveva gli occhi lucidi, quindi pensai “ok Rosa, rimboccati le maniche e affronta il problema!”.

Quello stesso pomeriggio mi sottoposi a mammografia, ecografia e esame istologico. Da premettere: tutte visite private che mi costarono 400€. Passarono 10 giorni e arrivò l’esito: tumore maligno ad entrambi i seni con una massa di 14 cm ad un seno e 10 cm all’altro. Panico totale. Iniziai a pregare, così, all’improvviso. Io sono cattolica ma non praticante, quindi non era mia abitudine pregare. Quella sera seduta sul mio letto iniziai a chiedere al Signore di darmi la forza. Non ho chiesto la guarigione, ma la forza di affrontare tutto questo, anche se non ero ancora consapevole di cosa avrei affrontato. Ho pensato ai miei figli, al loro futuro e a mio marito. Tre giorni dopo aver avuto l’esito del mio tumore, mio marito ricevette una telefonata dal suo datore di lavoro che freddamente gli comunicò il suo imminente licenziamento. Disperazione totale da parte di mio marito. Ma ecco che iniziò a pervadermi una grande forza interiore che mi portò a vedere tutti i lati positivi di quell’assurda avventura. Sì, io la chiamo così. Dissi a mio marito di non preoccuparsi, che ce la saremmo cavata coi soldi della disoccupazione, e che io avevo tanto bisogno di lui, che mi fosse vicino e mi accompagnasse a ogni visita. Ed è stato così, diventò il mio tutore.

A dicembre, durante una TAC total body e scintigrafia ossea, si rilevarono metastasi ossee, in particolare alla colonna, al bacino, al cranio, e alle braccia. Iniziai a pensare “ma quando mi sentivo quella cosa strana al seno mentre facevo la doccia perché la mammografia non ha evidenziato nulla? E la TAC, la scintigrafia renale e tutti quegli esami che ho fatto prima, perché non hanno dato un campanello d’allarme? Perché la mia senologa di fiducia non ha approfondito la visita, visto che anche lei aveva visto qualcosa nell’ecografia?” Tanti perché mi devastarono la mente, ma non potevo dar loto una risposta. L’oncologo di Bari mi consigliò di seguire la chemio vicino casa mia, a Matera, per evitare spostamenti. Mi diede una lettera da consegnare all’oncologa di Matera e mi disse di stare serena perché si trattava di una sua conoscenza. Ritornai così a casa, ma con un pensiero fisso che mi diceva che non era la strada giusta e che stavo sbagliando tutto. Avevo un’ansia da togliere il respiro. Quando arrivai a Matera e consegnai la lettera alla dottoressa, la sua risposta fu: “ma dove ti metto, qui siamo al collasso, tra un po’ è Natale e io devo partire!”. Il sangue mi si congelò, dopo aver sentito quelle parole avrei voluto strappare quella lettera e scappare via. Mantenni comunque la calma e riuscii ad ottenere un appuntamento per il 22 dicembre. Quella mattina arrivammo puntuali, ma restammo ad attendere la dottoressa per un’ora. Continuavo a pensare che non era quella la strada giusta e in quel momento passò un Angelo. Sì, io l’ho definita così: il mio angelo custode che guarda caso si chiama Angela. È mia cugina, lavora in ospedale, dove occupa una posizione organizzativa. Le raccontai tutta la storia e lei mi rassicurò dicendomi che poteva farmi avere un appuntamento a un ospedale di Milano. Nel frattempo arrivò l’oncologa di Matera, che guardando la mia documentazione mi consigliò, come prima cosa, di andare dal dentista per sistemare i denti altrimenti poi non avrei potuto farlo… (c’è un problema più grande e questa pensa ai denti?). Poi mi disse che forse mi dovevano mettere un catetere renale, visto che avevo quel problema al rene destro. Io ero spaventatissima. Nel dirmi queste tre cose, l’oncologa si era assentata tre volte perché fuori c’erano alcuni parenti di pazienti che avevano portato dei regali. Il fastidio che provai mi diede la conferma che non mi sarei fatta seguire da quella dottoressa. Tornammo a casa con un magone in gola. Presi la forza per parlarne subito con i miei figli, raccontai loro tutti i particolari. Giulia già sapeva, Giuseppe mi abbracciò forte e pianse e Rocco rimase impassibile. Bè, Rocco mi preoccupò perché non aveva avuto nessuna reazione. Cosi decisi che non mi avrebbero vista soffrire, che avrei fatto tutto come prima. Arrivò la sera e sentii telefonicamente mia cugina che mi propose di andare da un oncologo di Taranto. L’oncologo migliore del sud, a mio parere, che mi visitò il 24 dicembre, decidendo che avrebbe posticipato le sue vacanze per darmi massima priorità. L’impressione che ho avuto di questi medico? Una persona umile, un amico, era come se ci conoscessimo da tanto tempo. Guardò la mia documentazione, mi spiegò tutto quello che avrei affrontato e le varie terapie, era indeciso se ricoverarmi quel giorno stesso, però poi ci pensò e mi disse “ora vai a casa e trascorri il Natale insieme alla tua famiglia, ma il 26 alle 8:00 ti voglio qui”. E quando me ne andai mi diede un bacio sulla fronte e mi disse “non avere paura ce la faremo”. Quell’oncologo è da santificare perché ci mette impegno e amore nel suo lavoro. Mi sentivo al sicuro, avevo imboccato la strada giusta. Presi appuntamento dal parrucchiere e mi regalai un nuovo taglio. Io avevo i capelli lunghi e non avevo mai avuto il coraggio di cambiare look. Così quel pomeriggio senza pensarci molto, mi feci fare un bel carré alla francese. Ero soddisfatta, mi vedevo bella. Il lato positivo? Anche se da lì a poco avrei perso i capelli, almeno dopo anni avevo avuto il coraggio di tagliarli e avere un nuovo look. Il 24 dicembre è il compleanno di Giuseppe, mio figlio, così festeggiai con tutta la famiglia, non pensavo e non volevo pensare a nulla. Avevo deciso di fare tante cose e di goderne come se fossero le ultime che avrei fatto. Quella vigilia feci volare anche una lanterna come simbolo di speranza e mi divertii tanto. Il 26 dicembre alle 8:00 mi ritrovai in ospedale a Taranto con il mio trolley. Mio marito è stato sempre al mio fianco affrontando mattina e sera un’ora di viaggio pur di starmi accanto. Non mi ha mai lasciata sola. Il lato positivo del suo licenziamento? È che ha avuto tanto tempo per starmi vicino.

Nella stanza in cui venni ricoverata c’era una signora anziana è una ragazza che aveva circa la mia età. Facemmo subito amicizia, ci raccontammo della nostra malattia e la prima domanda fu “tu dove c’è l’hai?”. Passarono i giorni, ma non iniziai subito con la terapia perché un valore del fegato era alterato, così iniziai con le flebo di cortisone. Arrivò il 31 dicembre e l’oncologo mi fece il regalo di mandarmi a casa per capodanno dicendomi che sarei dovuta tornare il 2 gennaio. Il 2 rientrai in ospedale. Il valore sanguigno si stabilizzò e così cominciai la terapia. Il giorno della befana feci la mia prima chemio, che all’inizio non sembrò darmi particolari fastidi. Il giorno dopo però avvertii nausea e debolezza, che mi durò per un paio di giorni. Venni dimessa, però seguii la chemioterapia ogni 21 giorni e la radio ogni 15. Col secondo ciclo di chemioterapia mi caddero i capelli, li persi tutti, ma mi rimasero le sopracciglia. Pensai di comprare una parrucca ma non mi sentivo a mio agio, così decisi di comprare un cappellino e dei foulard. Il lato positivo? E che non persi più tempo con il fon o la piastra. Però sentivo su di me gli occhi della gente colmi di compassione.

Poi feci domanda per l’esenzione del ticket. Mi presentai davanti alla commissione che non mi chiese né come stavo né come mi sentivo. Fu imbarazzante, non mi guardarono neanche in faccia. Il verdetto fu disabilità al 100% con codice 048. E sì, noi malati oncologici siamo tutti 048. Questo numero ci differenzia. Passò del tempo e le terapie cominciarono a fare effetto: al cranio e alle braccia non c’erano più metastasi. Ne avevo ancora alla colonna e al bacino. Continuai con la chemio e feci altri 2 cicli, 6 cicli in tutto. I capelli iniziarono di nuovo a crescere ed erano ricci ricci, come quelli di mia sorella, la mia “folletta” (grazie per avermi aiutato così tanto nelle faccende domestiche).

Arrivò l’estate. Mi recai a Milano per un consulto con una senologa chirurgo che decise di non operarmi in quanto la malattia era ormai diventata cronica. Continuai quindi le terapie per mantenere le cellule tumorali stabili. Dopo un po’ i marcatori iniziarono a salire, ma dalla tac e dalla risonanza sembrava che la situazione fosse ancora stazionaria.

Cominciai però ad avere delle coliche fortissime. Così venni ricoverata con urgenza per un calcolo molto pericoloso che si trovava vicino al pancreas e, dopo varie peripezie, mi operarono di colecistectomia in laparoscopia. Alla visita di controllo il medico mi disse che nella colecisti erano state trovate delle cellule maligne conducibili al tumore principale al seno. Rimasi impassibile, era come se già lo sapessi. Ho ripreso a fare la chemio, ogni 21 giorni, dal 22 marzo 2017 e i capelli sono caduti tutti subito. La cosa che mi dà più noia è mettere di nuovo il foulard, con il caldo alle porte immagino il fastidio che mi darà, ma non importa resisterò. Nel frattempo faccio anche la terapia per le ossa. Ogni 28 giorni una puntura. Ne faccio 4 cicli e ripeto la Tac. È la fine di maggio. L’esito della Tac è buono. Sembra che al seno non ci sia più nulla. Rimangono stabili le metastasi sulle ossa e continuo a seguire la chemio.

Ormai il mese per me è formato da 21 giorni. Dovrei finire il 16 agosto, ma ho pazienza e continuerò a lottare. L’arma per combattere? È la positività. Trovare sempre il lato positivo, sempre e comunque vada.

Questo racconto lo dedico alla mia famiglia, ai miei figli e a mio marito che, con il loro amore e pazienza, mi danno tanta forza per affrontare tutto.