Il miglio verde

La mia storia è iniziata con il piede storto. Vittima di un ritardo di diagnosi a causa di un’errata interpretazione delle immagini, mi sono ritrovata qualche mese dopo quest’ospite in petto che cresceva a vista d’occhio e deturpava il mio piccolo seno. Erano stati mesi difficili, tanto stress causa di lavoro, impegni familiari, equilibri coniugali persi dietro inutili incomprensioni, rivalse, ripicche. Tante energie sprecate. Tutte quelle che sono servite a Lui per ergersi finalmente padrone del mio corpo. Da allora, sono passati quasi tre anni, non c’è stata più tregua.
All’inizio grande sconcerto, confusione, tanti pareri, tutti dicono la propria, ognuno ha la soluzione per te, chi ti propone medici, chi cure, chi funghi, chi piante, chi santi, chi madonne… poi un po’ alla volta ho trovato la mia strada, con il sostegno incondizionato di tutti in verità.
Il tumore era, anzi è, dei peggiori. Triplo negativo, non responsivo a tutte le miriadi di cure innovative attualmente disponibili, con un indice di proliferazione dell’85%. Un selvaggio come mi è stato descritto da un luminare in Svizzera. Me l’hanno tolto a Milano e con lui tutto il primo seno e non solo. Ho fatto tutte le cure necessarie, quelle cosiddette adiuvanti, e, solo perché una notte mi sono svegliata di soprassalto con un terribile pensiero, mi sono sottoposta anche all’indagine genetica per escludere eventuali mutazioni. In realtà non avevo una grande familiarità, mia madre ha avuto un anno dopo, a 82 anni, un carcinoma al seno nello steso posto e della stessa grandezza del mio, ma era somatizzazione credo. Invece la mutazione c’era: BRCA1. Considerando che le ovaie le avevo già tolte qualche anno prima, ho eliminato subito l’altro seno sano. Volevo davvero buttare tutto alle spalle. I capelli mi erano ricresciuti più forti di prima e con loro anche ciglia, sopracciglia, unghie. Ricominciavo a sentirmi una donna e le mutilazioni erano state ben digerite. Ma non era finita lì.
Il giorno che ho saputo della progressione della malattia alla pleura mi è crollato il mondo addosso. Ero lì nel corridoio del Policlinico, la porta della saletta adiacente alla sala TAC era aperta, il radiologo guardava le immagini e dietro di lui alcuni studenti commentavano sottovoce. Io sentivo il sudore scendere giù dalla fronte, il respiro si faceva sempre più corto, sapevo che nulla sarebbe stato più come prima. 
Per quanto tutti hanno cercato di rendere quella verità meno terribile io sentivo che era iniziato per me il miglio verde.
La disperazione di dover andar via da questa vita era schiacciante, sentivo già il dolore dei miei figli, dei miei cari tutti. Non riuscivo a smettere di piangere e così l’ho fatto per tre settimane ininterrottamente. 
Recuperate le forse fisiche e mentali ho cominciato poi ad organizzare la mia dipartita. E così il cambio di stagione (era maggio del 2016) è stato molto semplice perché ho regalato direttamente tutto il guardaroba invernale, i cassetti, le bollette, le librerie sono state tutti finalmente sistemati. Anche i capelli sono stati ben rasati, per la seconda volta. Via via che la roba diminuiva e tornava l’ordine nella mia casa e nella mia mente, tornavano le forze e con quelle anche il sorriso.
Le chemio cominciavano a funzionare e la vita non mi era mai sembrata così bella, così viva, così vita, così piena d’amore da parte di tutti. Così preziosa. 
Quanta gioia ti può dare ammirare le rose del tuo giardino o respirare il profumo del mare che hai sotto casa, quanto conta godersi la famiglia, apprezzare i gesti semplici delle persone che ti vogliono bene e che fanno di tutto per renderti più piacevole i giorni che hai.
Il miglio verde è davvero verde, verde come la speranza che tutti possano davvero comprendere il vero senso della nostra vita.
La mia storia continua, ho appena iniziato la mia quinta linea di chemioterapici, i capelli presto cadranno per la terza volta . E io ringrazio Dio di essere oggi qui, pronta per accompagnare il mio primo figlio a sostenere gli esami di maturità.