La ginestra

Sono trascorsi ventidue anni da quella calda mattina di giugno, quando, sotto la doccia, mi accorsi di avere una pallina al seno destro. Mi preoccupai subito, presagendo qualcosa di brutto, tanto che in pochissimi giorni, malgrado la reticenza dell’oncologo che mi aveva visitata, pietoso della mia giovane età, capii di avere un tumore al seno, che andava tolto immediatamente con una mastectomia. Avevo trent’anni, ero una bella ragazza, felice e appagata, con un lavoro gratificante, un marito innamorato e un meraviglioso bambino di due anni, Andrea, che era tutta la mia vita. Mi sembrava di avere il mondo tra le mani e, invece, in un istante, la mia vita cambiò completamente e per sempre. Nella solitudine di una stanza di ospedale, da cui sarei uscita mutilata in quel corpo giovane e fiorente, mi resi conto che solo in me stessa dovevo trovare le forze per affrontare la “malattia che odora di morte “. Da quel momento il mio unico obiettivo fu quello di vivere a pieno ogni istante, dedicarmi alla mia famiglia e continuare con passione il mio lavoro di insegnante. Miracolosamente, senza dovermi sottoporre ad alcuna terapia, passarono undici anni, durante i quali, a farmi ricordare quel mostro, erano i periodici controlli e quelle cicatrici che quasi non vedevo più. Ero felice, sicura di essere guarita, quando, come un fulmine a ciel sereno, mi accorsi di avere dei rigonfiamenti nel collo e, dopo una rapida indagine, arrivò la seconda diagnosi infausta: il cancro si era ripresentato e aveva colpito i linfonodi del collo. Provai di nuovo, dopo tanti anni, lo stesso pugno allo stomaco, lo stesso sgomento, un profondo senso di smarrimento e un’indescrivibile paura di morire. Ancora una volta la vita mi metteva a dura prova e di nuovo dovevo trovare in me stessa la forza, la tenacia e il coraggio, per affrontare l’ennesimo intervento e la terapia necessaria per quel male che non si era affatto dimenticato di me e che sicuramente non mi avrebbe abbandonata mai più. Mi affidai, come sempre, al mio ottimismo, al mio amore per la vita, a Dio, che mi ha donato un carattere estroverso e forte. Tirai fuori con rabbia e determinazione tutte le energie che avevo in corpo, per lottare e strappare la mia vita al mio grande nemico. C’è qualcuno lassù che mi ama tanto, perché uscii vittoriosa anche questa volta. Trascorsero altri sei anni, vissuti intensamente, tra famiglia, lavoro, amici, impegni con il coro di cui faccio parte da tanti anni. Una vita serena, appagata. Mai avrei immaginato quello che mi aspettava. Durante uno dei miei consueti controlli, scoprii di essere di nuovo malata. Non riesco ad esprimere ciò che provai in quel momento, perché, quando ancora una volta mi ero illusa di essere guarita, come pensava anche il mio oncologo, il cancro tornava ad afferrarmi, più veloce, aggressivo, violento, quasi a volersi vendicare della mia “ybris”, della mia tracotanza nei suoi confronti in tutti questi anni durante i quali avevo osato sfidarlo e combatterlo. Le sue metastasi, come invincibili e fortissime tenaglie, mi avevano invaso il fegato e lo stomaco. Per la terza volta una diagnosi terribile che non mi lasciava scampo. Sentivo la morte vicina e non capivo perché il destino si fosse accanito contro di me, come se dovessi scontare una colpa che non sapevo di avere commesso. Mi sentii sconsolata, abbandonata soprattutto da Dio, contro cui mi scagliai, accusandolo di essere ingiusto nel mettermi così dura prova. Questa volta, pensavo, non ce l’avrei fatta. Troppi anni di vita mi erano stati concessi. Non si può vincere contro un male invincibile! Trascorsero giornate piene di angoscia, non solo per me, ma anche per mio marito e per mio figlio che, cresciuto da una madre malata e, per questo, abituato ai miei infiniti ricoveri e alle mie continue cure, questa volta appariva molto demoralizzato. Un giorno, proprio guardando entrambi, che cercavano di farmi coraggio, ma con una immensa tristezza negli occhi, e pensando alla mia dolcissima mamma, che non c’era più e che non mi avrebbe voluto vedere prostrata e scoraggiata, ebbi come uno scossone e capii che dovevo tornare alla mia battaglia, perché la vita non è fatta solo di malattia e di sofferenza, ma è piena di amore, di affetti, di sentimenti che il cancro non potrà mai cancellare, né distruggere. Cominciai subito una terapia invasiva ed estenuante. Da quei giorni sono passati quattro anni, in cui ho subito altri interventi, senza mai interrompere la chemioterapia che mi ha tolto i capelli, le forze, un corpo ancora snello e piacente, ma non importa, perché sono ancora viva, oltre ogni speranza non solo mia, ma anche dei medici che mi curano con grande affetto e grande dedizione. Ero sicura che sarei morta da lì a poco e invece, dopo quattro difficili anni, fatti di attese in ospedale, di flebo, di continui controlli, di camici bianchi, anni in cui visto andarsene tanti amici e amiche malati come me, mi ritrovo a scrivere la mia storia, combattiva più che mai e consapevole che la mia vita è questa e devo viverla fino in fondo, finché ne avrò la forza, senza mai arrendermi. E nei momenti di dolore, penso a tutte quelle cose che riempiono la mia vita, a tutto quello che di positivo ho realizzato, alla mia famiglia, ai miei alunni, ai miei amici. Tutti mi sono stati vicini in questi anni e hanno alleviato le mie angosce e le mie sofferenze con un sorriso, una carezza, un abbraccio, una parola, dimostrandomi che “Amor omnia vincit“. Sono arrivata alla fine del mio racconto, che non è però quella della mia malattia, che non guarirà mai. Mi piacerebbe che la mia storia venisse letta da quelle persone che stanno bene e che spesso, di fronte ai mille problemi che la vita ci mette dinnanzi, si abbattono e si disperano, mentre, invece, basterebbe un po’ di sano ottimismo e un pizzico di saggezza per affrontarli e risolverli. Vorrei portare un po’ di conforto anche ai miei “compagni di sventura” e spronarli a non mollare, anche quando il dolore sembra prendere il sopravvento su di noi. A costoro e a me stessa dico che dobbiamo avere sempre la forza di affrontare la malattia e accettare con serenità quello che il destino ci riserva, ma senza, per questo, decidere di gettare la spugna e dichiararci subito sconfitti. Dobbiamo comportarci come la ginestra di leopardiana memoria. L’umile fiore del deserto, che cresce sulle pendici dei vulcani, sa perfettamente quale sarà la sua fine, perché nulla può fare di fronte alla natura matrigna. Eppure questo piccolo e fragile fiore mostra una forza titanica, poiché emana il suo inebriante profumo fino a quando verrà bruciato dalla lava, che distrugge tutto ciò che ha davanti a sé. La ginestra, evidente metafora dell’uomo saggio, accetta con eroica dignità il proprio destino di morte, quando la lava la sommerge, ma fino all’ultimo, avrà diffuso tutt’intorno il suo dolcissimo profumo, perché la sua battaglia, proprio come la nostra, anche quando giungerà la fine, è stata una buona battaglia.