La mia avventura

La mia vita scorreva frenetica: dopo 2 anni che era morta mia madre e che mio marito aveva avuto problemi con la sua ditta, mi ero buttata a capofitto nel lavoro, responsabile di una nota firma di modelleria e pelletteria.
Decido di andare a fare una mammografia dopo che arriva una lettera. Quel giorno non lavoravo: vado, do tutti i miei dati e saluto.
Continua a scorrere la nostra vita, tra i miei hobby, ballare, fare gare e penso che sono passati 5 mesi, non ho sentito nulla, quindi va tutto bene. Mentre penso, faccio la doccia pronta per andare ad allenarmi e sento qualcosa non piccolo, non mobile: le lacrime mi scendono perché sono convinta che ho un tumore al seno.
Scendo giù nuda e urlante. Mio marito non ha tempo per capire che mi mette una tuta e mi porta alla guardia medica: trovo una dottoressa gentile che mi dice “domattina vada dal suo medico” e mi dà delle gocce per dormire.
Comincia qui l’avventura, io l’ho chiamata così. La mattina avevo già appuntamento per eco-mammografia in uno studio ma mi tornano in mente i 5 mesi prima: chiamo lì e mi dicono di andare subito e che mi avevano chiamato tanto, sì, ma la mattina il cellulare al lavoro è spento e io provavo a richiamare ma era un numero privato. Ok vado lì subito: ago aspirato e mi dicono che dopo 3 giorni avrei avuto la risposta. Invece, la sera stessa, mi dicono di tornare e mi dicono che devo scegliere subito da un foglio un chirurgo: ok, lo faccio.
In 20 giorni ho fatto tutto: mi fu subito detto che avrei fatto chemio e che la situazione non era delle migliori.
L’operazione fu più lunga del previsto: seno sinistro 3 tumori e 36 linfonodi in metastasi.
Inizio le mie 8 chemio e sì, stavo male quella settimana, ma poi ero la stessa. A parte il braccio, che poi ho recuperato, ero allegra come sempre. Faccio 3 ricostruzioni e va beh il capezzolo fa infezione, sono senza, ma io mi sentivo guarita, sì guarita e faccio i miei controlli.
Tutto è iniziato il 20 giugno 2013.

Tolti i 3 tumori, in una tac viene riscontrato qualcosa al cervelletto e siamo a settembre 2015, ma era impercettibile.
Ritorno alla mia vita e prendo coscienza che forse sto rischiando la mia vita ma sono sempre stata ottimista. Poi inizio ad avere dei dolori che non vengono capiti, ero spesso al pronto soccorso perché rimanevo bloccata con la schiena. A seguito di un accertamento mi consigliano di tornare in oncologia e nel frattempo mi vengono tolti pasticca ormonale e port.
È cosi che io tutte le mattine mi presento in oncologia, mi mandano anche dallo psiconcologo e mi diagnosticano morbo di Paget. Mi danno una terapia del dolore che non funziona, ma io ce la metto sempre tutta per essere allegra, però comincio a credere di avere metastasi.
Ad agosto 2016 sto malissimo e la vacanza si trasforma in un continuo andare negli ospedali. Il 25 mi dovevano fare una biopsia alla teca cranica ma il medico quando arrivai con la Pet mi disse subito che non l’avrebbe fatta e che avevo metastasi. Chiamò oncologia e non fu fatto niente, solo aggiungere un farmaco per il dolore la prima settimana di settembre. Quasi ogni giorno avevo febbre alta fino a 42, con un dolore lancinante alla vita e rimango paralizzata.
Dal mare torno direttamente in ospedale dove mi fu fatto tutto, la biopsia ossea midollare e tutto ciò che non era stato fatto nei 5 mesi prima. Vengono confermate metastasi ossee dalla teca cranica, parte sinistra facciale occipitale, a scapole, colonna vertebrale, gambe: DAPPERTUTTO.
Mentre sono ricoverata per 1 mese e mezzo in carrozzina, ricevo le scuse di tutta l’oncologia.
Mi danno delle sentenze tremende: 3 mesi 3 anni.
E si inizia altra chemio, i miei capelli se ne vanno ancora e ora inizia la parte più difficile: ho invalidità 100%, accompagnamento 104 e congedo straordinario illimitato per mio marito.
Adesso la mia vita è cambiata non posso programmare niente, un pranzo, una cena, una gita. Mi devo far aiutare a fare la doccia, vestire, ma quello che mi fa più male, a quasi 50 anni, è non poter giocare più con il figlio di mia nipote che, non avendo avuto figli, per noi è il nipote che ha portato allegria. Non posso più correre, andare in bicicletta, giocare a biglie sulla sabbia. Mi arrangio molto, nel frattempo ho ricominciato a camminare ma la mia famiglia è sfasciata. Mio marito ha avuto bisogno dello psicologo non accetta la malattia, o quantomeno la mia morte, e una cosa fatemela dire: siamo tante in questa situazione, aspettiamo cure miracolose, cerchiamo su internet vari ospedali e tutte facciamo “viaggi della speranza”, come li chiamo io.
Ciò che chiediamo è ricerca, più attenzione, più ascolto.

Siamo morte che camminano..ma nonostante tutto io non ho perso la mia voglia di vivere e la mia allegria.