La mia fetta di felicità

Sono Isabella e ho 49 anni.
Ho due figli, di diciassette e tredici anni, e un marito dolce, premuroso e onnipresente, che ha abbracciato insieme a me questa croce.

Quando hai la salute, non la sai apprezzare e non immagini nemmeno che, parallela alla tua, vi è la vita di tante persone che non ridono più e non piangono più, perché non hanno neppure le lacrime per farlo.
Poi, ad un certo punto, quelle vie si incontrano e non sai spiegarti perché.
Solo allora, quando la malattia bussa alla tua porta ed irrompe con prepotenza, cominci a riflettere sul vivere e sul morire, sulla caducità di alcune cose e sull’inestimabilità di altre.
Il momento in cui ti accorgi della fragilità e della precarietà della vita è lo stesso momento in cui impari ad inneggiare alla bellezza di esistere: ti basta guardare il volto dei tuoi figli per vedere nel loro sorriso la luce che squarcia la notte più tenebrosa, la gioia che non vuole cedere il passo alla tristezza, la speranza che sconfigge l’angoscia e…sentire la presenza di un Dio, fedele alla sua promessa, che non ti abbandona mai e soffre insieme a te.

Dal 2010 combatto contro un tumore che, partito dal seno, ha metastatizzato al fegato.
Tutto è iniziato nel dicembre 2009, con un semplice controllo che mi hanno costretto a fare mio marito e mia madre, poiché una mia cugina aveva scoperto a novembre di avere un tumore al seno.
Nella mia famiglia, purtroppo, c’è ereditarietà.
Io non volevo andarci. Stavo benissimo e non toccavo nulla. Ero in lista per la mammografia per agosto 2011: non ci sarei neppure arrivata, vista l’aggressività del male!
A febbraio 2010 ho subito il primo intervento al quadrante del seno sinistro e poi a marzo ho avuto la mastectomia totale con asportazione di quattordici linfonodi, di cui undici già infiltrati.
Ad aprile ho iniziato la chemio, poi interrotta per un infarto, e ad agosto la radio.
Ho avuto due recidive ascellari e, ad ottobre 2014, ad un controllo PET, la grande, sconcertante sorpresa: metastasi al fegato.
In quell’occasione ho avuto tanta paura e tanto sconforto, soprattutto perché avrei dovuto lasciare i miei figli per operarmi in un nosocomio molto lontano dal mio paese.
Ricordo il viaggio: un pianto ininterrotto!
Quando sono arrivata nel reparto di chirurgia, sono sbiancata nel vedere tutti quei pazienti con i drenaggi appesi e le bottiglie di raccolta appoggiate su carrellini!
Sarei voluta scappare, rifiutare l’intervento e ritornare a casa.
Poi sono entrata nella cappellina, ho guardato Gesù sulla croce e a muso duro gli ho detto: “Adesso scendi di lì e stringimi la mano”. Immediatamente mi sono tranquillizzata.
L’indomani, con mio sommo stupore, sono entrata in sala operatoria come se fosse il salone di un’estetista. Erano molto agitati mio marito e mia madre.

Da marzo 2015 non faccio altro che cambiare terapie e mi sottopongo spesso a termoablazioni per bruciare le lesioni secondarie.
Ho sempre la valigia pronta, gli ospedali sono i miei nuovi hotel e infermieri e dottori il personale addetto a che la permanenza sia di mio gradimento!

Per la seconda volta indosso una parrucca, ho un cuore che non vuole riprendersi per effetto delle chemio, e ho cicatrici su cicatrici, trofei di una guerra che mi vede schierata in prima linea, bardata di tutto punto per sconfiggere questo orribile mostro.
Nonostante il mio stato di salute sia alquanto precario, non mi considero una malata oncologica, ma una signora “diversamente sana”.
La vera malattia non è quella che ti logora il corpo, ma quella che ti attanaglia la mente e l’anima e non ti fa “respirare”.

Io il miracolo l’ho già ricevuto: ho vinto la mia battaglia contro la paura, ho imparato ad incassare i colpi bassi, a controllare il turbinio dei cattivi pensieri, a procedere un passo alla volta, lasciandomi alle spalle ciò che di brutto mi capita, per ricominciare da zero.

Certo, non sono un “mutante”: li ho anch’io i momenti di sconcerto, però, se all’inizio mi terrorizzava persino passare vicino ad una clinica, adesso riesco ad affrontare tutto con una pace ed una serenità che solo Dio può donare.
Mi sono messa nelle Sue braccia e lì mi sento forte e sicura: è Lui la mia roccia di salvezza, il mio vincastro, il mio rifugio contro le burrasche della vita.

Quando faccio progetti per il futuro, tutti si stupiscono: “vivi alla giornata”, mi dicono.
Ma perché? Il presente è certezza, il futuro è sogno ed io non mi accontento solo di vivere, voglio sognare!
Chi ha dei problemi come me, deve farlo ancora di più e deve farlo alla grande.
Allora mi vedo con un bel vestito elegante a festeggiare i miei venticinque anni di matrimonio e poi i cinquanta; mi vedo alle nozze dei miei figli…a fare la nonna affettuosa dei miei nipoti.
Mi vedo con i capelli tutti bianchi, in riva al mare, abbracciata a mio marito, ad ammirare il sole infuocato che se ne va a dormire per lasciare posto alle stelle, mentre una brezza leggera accarezza le nostre anime.

Che male c’è a volere una fetta di felicità?
Che male c’è a sperare in un farmaco che guarisca il mio fegato?
Che male c’è a disegnare sentieri diversi su cui camminare?
Che male c’è a pensare ad un domani in cui non è un tumore a scegliere per te?
Voglio continuare a vedere il mondo con gli occhi di un bambino, per assaporare il gusto della scoperta, per riacquistare la curiosità di percepire la ricchezza di ogni esperienza, anche quella apparentemente insignificante, per rendere straordinario e irripetibile ogni momento che il Signore vuole farmi ancora vivere.

Sono Isabella, ho 49 anni ed ho deciso che non saranno delle metastasi a progettare il mio avvenire di donna, di moglie e di mamma.