La mia storia sbagliata

Ho fatto un brutto sogno.
Avevo addosso la mia solita divisa verde, i miei zoccoli della sala operatoria, il camice un po’ sciupato della fine giornata, commentavo una diagnosi di malattia neoplastica della mammella avanzato, con quel distacco professionale che ti consente di essere lucida anche nelle situazioni più difficili della tua professione di medico anestesista, ma ero dalla parte sbagliata della scrivania.
Poi mi sono svegliata.
Ma ero sempre dalla parte sbagliata della scrivania.
Per una volta, per quella volta, ero io la paziente e la malattia era la mia. Tutta mia, dentro di me, si era accomodata ed in silenzio aveva camminato, senza chiedere permesso e senza presentarsi, invadendo uno alla volta tutti i linfonodi che aveva trovato, e come base aveva un nodulo nel mio seno sinistro.
Il giorno dopo i colleghi mi accompagnano in sala operatoria, ma stavolta sul letto ci sono io e non i pazienti che addormento tutti i giorni.
Mastectomia, svuotamento ascellare, espansore e poi chemioterapia a dosi generose, i capelli che mi rimangono in mano, biondi e lunghissimi, non avevo mai tempo di andare a tagliarli e ora il problema non esiste più…
Cerco di riaddormentarmi, magari ci riesco e quando mi sveglio torna tutto a posto, ma non succede, apro gli occhi e vedo quelli di mio marito spaventati e persi come mai li avevo visti, vedo i colleghi che lo sguardo lo abbassano un po’ come mai avevano fatto, e vedo questa paziente dentro di me che vorrei tanto allontanare e cacciare dalla parte giusta della scrivania…se fosse dalla parte giusta saprei cosa dirle, userei le parole che ho usato tante volte, la guarderei dritta negli occhi per farle capire che della sua malattia non abbiamo paura e siamo pronti a combattere con lei, ma non è così, lei è dentro di me e io non so cosa dirle…..
No, così non va bene, lo sai che un paziente non va mai abbandonato, fai il rianimatore, quante volte hai pensato che il tuo paziente fosse perso, divorato dalla setticemia o fracassato per un politrauma, e poi se ne è tornato a casa sulle sue gambe e ti ha portato il panettone a Natale? Magari con le stampelle, ma vivo?
Perché non crederci, o almeno provarci con tutte le tue forze, come quella volta che hai passato ore a cercare di far ripartire un cuore che proprio non ne voleva sapere e ci sei riuscita, il paziente è tornato a trovarti per anni e ogni volta che lo rivedevi capivi di aver avuto ragione a non mollare ….
Allora proviamoci, guardiamo la paziente negli occhi, ma dritto dritto, affrontiamo ogni giorno quello che la meravigliosa quotidianità ci offre, una giornata di lavoro in cui torni dalla parte giusta della scrivania, anche se hai ancora l’espansore nel petto che ti opprime, il linfedema del braccio, la neuropatia da chemioterapico che ti ha indebolito mani e piedi, la stanchezza che ti divora….
La storia è ancora sbagliata, non c è niente di giusto in una malattia che nasce da te e ogni giorno può decidere di prendersi un po’ di spazio in più ed è talmente furba a farlo che nessuno capisce ancora per bene come ci riesca  ma c’è ancora un po’ di tempo per chiedere a un paziente come sta, a discutere un caso con un collega, a capire che quel paziente si sente addosso la stessa cosa che senti tu tutti giorni e vorresti dirgli: provaci, non avere paura.