Non credo nei miracoli

Mi chiamo Sabrina e ho 60 anni.

Ne avevo 48 quando mi fu diagnosticato un tumore al seno di tipo infiammatorio, una cosiddetta mastite carcinomatosa. Il mio seno era sempre stato piuttosto “denso”, come dicevano i medici, e quindi dall’età di 30 anni mi ero sempre preoccupata di fare controlli ecografici e in seguito anche mammografici. L’ultima mammografia negativa risaliva ad aprile 2005. La diagnosi infausta era del febbraio 2006…meno di un anno dopo.
Il cancro non aveva intaccato altri organi, ma prima dell’intervento era necessario fare diversi cicli di chemioterapia per la sua natura infiammatoria.
E così iniziai i miei sei cicli di terapia. Per fortuna questi fermarono e in parte ridussero il tumore che era molto avanzato localmente e a luglio 2006 potei sottopormi all’intervento di mastectomia. L’esame istologico rivelò la presenza di ben 11 linfonodi metastatici e che il tumore era ormonoresponsivo ma Her2 negativo.
Seguirono 25 sedute di radioterapia che interessarono tutta la parete emitoracica e l’incavo ascellare.
Contemporaneamente iniziai la terapia ormonale che mi portò alla menopausa indotta e che proseguii per 5 anni.
I controlli furono molto serrati, all’inizio 2/3 mesi e solo dopo diversi anni si passò a 6 mesi e infine ad un anno.

Erano passati 8 anni. La vita era ripresa come e più intensamente di prima. Mio figlio si era laureato e stava studiando per la laurea magistrale. Io, grazie alla forza che il male mi aveva dato, avevo vinto ansia e depressione che da sempre mi avevano oppressa, e avevo intrapreso il corso per soccorritore in Croce Rossa con successo. Non ero mai stata meglio né più soddisfatta di me nella mia vita.

Agosto 2014. Al controllo annuale venne rilevato un aumento dei marcatori tumorali. Panico.
Subito i bravissimi medici dell’ospedale in cui da sempre sono in cura avviarono le indagini diagnostiche del caso e scoprirono una recidiva all’altro seno.
Pensai fosse meglio che scoprire metastasi, e con grande ottimismo mi sottoposi alla seconda mastectomia e poi alla relativa ricostruzione plastica.
Questa volta i linfonodi non risultarono intaccati e i medici ritennero sufficiente una terapia ormonale.
Ma nonostante ciò i marcatori non erano ancora rientrati nella norma. Tac e pet però non rilevavano evidenze di malattia in altri organi, quindi si optò per un cambio di terapia ormonale. Niente…marcatori in rialzo.

Febbraio 2016: tac negativa. Per fortuna i miei oncologi non si accontentarono di questo risultato e richiesero una pet.
Metastasi ossee…4 lungo la colonna, dalla cervicale al sacro.
Bene, mi dissi, le metastasi ossee si possono tenere sotto controllo anche a lungo. Infatti, subito fui sottoposta a radioterapia (10 sedute) per la cervicale e il sacro, e iniziai la terapia con un anticorpo monoclonale specifico per metastasi ossee. Contemporaneamente iniziai una chemioterapia “comoda”, cioè in pastiglie da assumere a casa. E così, con una buona qualità di vita, continuai per un anno e più fino a maggio 2017 quando i marcatori ricominciarono a salire. La nuova pet evidenziò lesioni al fegato e un lieve versamento pleurico.
Il mondo per me finiva lì.
Ben consapevole che per lesioni viscerali la prognosi diveniva decisamente infausta e che la mia breve vita da lì in poi sarebbe stata scandita da un susseguirsi di terapie diverse, più o meno invalidanti e controlli frequenti e psicologicamente a dir poco da incubo.
E così infatti è stato fino ad oggi. Ho cambiato terapia altre due volte da allora, ho dovuto subire il posizionamento di una nefrostomia perché quello che non fa la malattia ai miei organi lo fanno le terapie che, se pur molto meglio tollerabili rispetto a quelle di 12 anni fa, i loro danni li producono sempre ad un organismo ormai già molto provato.
Mio figlio nel frattempo sta preparando un dottorato di ricerca all’estero, ed io mi convinco che abbia preso la sua strada con decisione e che non abbia più bisogno di me, ma in realtà farei carte false per vedere ancora tanti anni della sua vita e per conoscere i suoi figli.
Per come stanno oggi le cose so che non sarà possibile, e non credo ai miracoli.
Cerco di accontentarmi, so che 60 anni non sono pochi e vedo tante ragazze morire dello stesso male a 30 anni con bimbi piccoli, ma la vita non è più così interessante, e vivere alla giornata non è né facile, né appagante.

Sarò felice se con la mia testimonianza insieme a quella delle mie compagne di sventura, potrò fare qualcosa per spianare la strada ad una ricerca scientifica più mirata che possa aiutare le donne di domani che si troveranno ad affrontare questa malattia. Oggi solo curabile, domani, mi auguro, guaribile.