Non penso al buio

La mia storia esce dalla normalità del percorso di tante malate perché appartengo a quel piccolissimo numero di donne che sono intolleranti ai chemioterapici, per cui non possono curarsi, ma la vorrei raccontare perché in fondo condivido con le metastatizzate la stessa paura di venire sopraffatte dal cancro.

Il cancro può diventare più forte o, nel mio caso, nascondersi talmente bene da non accorgersene finché non si manifestano i sintomi.
Io credo profondamente che bisogna conoscere il cammino di chi incontra più difficoltà nella lotta contro il tumore. Il semplice fatto che, nonostante le difficoltà, io sia qui a scrivere dimostra che non si deve mai perdere la speranza.
Il cancro è entrato nella mia vita per ben due volte. La prima nel 2011 al seno e la seconda nel 2015 al colon retto.
Affrontarli è stato molto duro per me e la mia famiglia perché questa malattia travolge tutti coloro che ci sono intorno.
Si attraversano momenti che sono fatti di giorni lunghissimi, dove il dolore e la disperazione la fanno da padrone. La speranza va via ed il desiderio di alzare le mani è forte, ma è proprio in questi momenti che bisogna reagire, stringere i denti e lottare. Lo dobbiamo a noi, prima di tutto, ai nostri figli, ai nostri cari e anche a quelle donne che non sono riuscite a vincere la battaglia contro il tumore.
Quando scoprii che avevo il cancro al seno, il primo pensiero fu per i miei figli.
Conoscevo bene questo nemico perché era entrato nella mia famiglia molte volte portandosi via i miei cari e sapevo, più o meno, come sarebbe stato il mio percorso di ammalata, ma ancora di più ricordavo il trauma che provoca ai figli.
Rimangono ferite che ancora oggi io ed i miei fratelli portiamo dentro e non potevo accettare che accadesse anche ai miei ragazzi. Per cui scelsi di non parlare subito del mio problema.
Avevo bisogno di trovare una soluzione che mi aiutasse ad affrontare al meglio la mia malattia e non so per quale motivo la cercai su internet. Non volevo risposte mediche. Volevo solo trovare un sostegno.
Capitai in un Forum di donne operate al seno che, come me, stavano accertando la malattia; alcune già in terapia, altre uscite dal buio.
Mi aggrappai a quelle pagine virtuali per intere notti e non trovai la “risposta”, ma grazie alla condivisione del mio dolore scaricavo il peso delle mie paure e così trovai il coraggio di parlare ai miei cari.
Con loro al mio fianco e le nuove compagne di percorso virtuali, affrontai la mastectomia.
Il primo ostacolo fu quello psicologico: dover accettare la protesi.
Per la maggioranza delle donne, la ricostruzione del seno significa il primo segnale di avere girato pagina.
Io, invece, avrei preferito la cicatrice al posto di quello che ancora chiamo estraneo.
La mutilazione non la subivo come un affronto al mio corpo, ma come dimostrazione di forza contro questo male che mi aveva colpito nel mio intimo più profondo.
Non era così per la mia famiglia e, in particolare, per mia figlia.
Capii ben presto che, per chi mi stava accanto, questa mia decisione sarebbe stata molto dura da accettare perché ai loro occhi proprio per la mia mutilazione sarei stata sempre la mamma malata.
Allora, anche se mal volentieri, capitolai e decisi di mettere la protesi.
Mi aspettava un lungo percorso chemioterapico, vista l’aggressività del cancro, ma purtroppo non riuscii a fare molto perché il mio corpo non resse l’impatto. I medici provarono in tutti i modi ad andare avanti con le terapie, ma dopo un numero imprecisato di ricoveri in pronto soccorso sospesero il protocollo per allergia alla chemio.
Mi ci volle tempo per rimettermi in piedi fisicamente, ed ancora di più per accettare lo sgambetto che il mio stesso corpo mi aveva fatto. Sapevo che il mio nemico era subdolo e io non avevo le armi preziose per combatterlo.
Fu in questo periodo che insieme ad altre tre donne operate come me, decidemmo di aprire un nostro Forum che fosse in grado di attivare una sorta di auto mutuo aiuto.
Ci sono donne, infatti, che non riescono ad uscire allo scoperto quando sono in difficoltà ed il web può essere un buon salvagente, come era stato per me.
Questo impegno fu molto gratificante perché avevo la sensazione che le nostre esperienze potessero dare sollievo ad altre persone e soprattutto mi faceva pensare al domani.
Poi, proprio durante i controlli di prevenzione che faccio ogni quattro mesi, mi diagnosticarono un adenocarcinoma al colon retto.
Mi aspettava la rimozione di tutto l’intestino e la conseguente stomia.
Una bella beffa per me che ancora dovevo accettare la mia protesi al seno.
La vigilia di Natale del 2015 subii l’operazione e con il mio intestino se ne andò anche il poco di femminile che di me era rimasto dopo l’operazione al seno.
Se il tumore al seno colpisce la donna nel suo intimo più delicato, quest’altro mina anche il fisico perché il corpo deve imparare a funzionare senza intestino e diciamo che il percorso è molto impegnativo.
Il dolore la fa da padrone e quando succede la mente segue solo il male e si fa fatica a reagire agli stimoli di chi cerca di aiutare.
Il nuovo percorso chemioterapico che avrei dovuto affrontare, sarebbe stato molto più aggressivo perché un linfonodo era stato intaccato.
Ovviamente, come per il tumore al seno, riuscii a fare solo una chemio perché, anche questa volta, il mio corpo si rifiutò di proseguire il trattamento per allergia.
Solo una cosa fu diversa: la reazione alla terapia mise in pericolo la mia stessa vita per cui il protocollo terminò.
Io devo essere sincera, non sono arrabbiata con il cancro. Questo è un male che capita e ci sono armi efficaci per combatterlo e vincerlo.
Io sono ferita dal rifiuto del mio corpo che mi ha impedito di curarmi, facendomi sentire come se fossi condannata a vivere con l’etichetta della mia scadenza in mostra e con la consapevolezza che tutto può precipitare perché il cancro è subdolo. Sa nascondersi, per cui devo sperare che i medici abbiano antenne sopraffine che lo scovino e lo possano togliere chirurgicamente, altrimenti per me è finita.
A questo non mi sono piegata, vivo appieno la mia vita senza pensare al buio. Non spreco la mia vita per ciò che magari potrebbe anche non succedere.
Ora la mia salvezza è la prevenzione. Questa è la mia unica arma, giocare d’anticipo. Beccarlo in tempo per sconfiggerlo come meglio posso, senza l’importantissimo sostegno della chemio.
Per questo credo profondamente che il mio compito sia quello di diffondere questa cultura o modo d’agire.
Una malattia presa all’inizio si combatte meglio e con più efficacia, ma, anche se viene scoperta tardi o non si possono usare queste armi così preziose, non ci si deve far travolgere dalla paura perché non è finita fino a che non è finita realmente.