Pensare al futuro

Ho 41 anni, un marito, due bambini di 7 e 5 anni, un lavoro che mi piace e che per fortuna riesco a mantenere. Ho anche un tumore al seno, triplo negativo e metastatico all’esordio (nel caso si pensasse che sono troppo fortunata).
Tre anni fa, a luglio 2014, sono in vacanza quando sento il classico nodulino sotto la doccia. Avevo fatto i controlli da poco, avevo smesso di allattare da poco, ma comunque torno a Roma. Il mio ginecologo è in ferie, ma vado in un centro diagnostico molto rinomato. Lo specialista che mi vede dichiara che non può che essere un linfonodo, al massimo una ciste. In questo modo ritarda la diagnosi di circa 6 mesi. 
A marzo 2015 faccio il controllo della “ciste”, stavolta in ospedale, e mi ritrovo su una specie di tapis roulant: mammografia e ago aspirato subito, lo stesso giorno, e 15 giorni dopo biopsia. Diagnosi: duttale infiltrante, triplo negativo.
Ma il peggio ancora deve venire. La tac total body che evidenzia 7 noduli polmonari.
A seguire inserimento port, 8 cicli di chemio, operazione.
Ho detto operazione? 
A novembre 2014, quadrantectomia. Il tumore primario era già piccolo, è quasi sparito con la chemio, io ho solo 38 anni, il protocollo dice così. L’operazione è una passeggiata.
Dopo 15 giorni, il referto: i margini non sono puliti, non è stato tolto tutto. Il giorno dopo, mi rioperano per l’allargamento.
L’antivigilia di Natale il nuovo referto: ancora margini non puliti. Il 7 gennaio 2015 mastectomia (hanno risparmiato solo il capezzolo). Ero la più giovane del reparto, e l’unica a cui non è stata fatta la ricostruzione, perché reduce da 8 chemio e da 3 operazioni in 45 giorni, non potevo sopportare un intervento così lungo. 
Sono ancora con un seno solo, ma devo dire che ho accettato la cosa da subito con più serenità di quanto mi aspettassi. Non dico che sono felice di avere mezzo torace da donna e mezzo da uomo (sarebbe troppo), ma non mi dispiace. Uso la protesi esterna nel reggiseno, ma quando vado in piscina metto un costume intero senza niente. Scusate, ma dopo quello che mi è successo devo pure preoccuparmi di non turbare il prossimo?
Comunque, la mia storia continua. Ricordate i 7 moduli polmonari? Dopo la chemio sono ridotti a 2, perciò a giugno 2015, faccio la radioterapia stereotassica che li cancella completamente.
Poi per quasi 2 anni faccio una vita normale, a parte l’ansia a ogni controllo. I dottori sono molto felici di me, quasi un po’ troppo… come se fossero stupiti che il cancro non fosse ancora tornato dopo tutto questo tempo.
E infatti… a maggio 2017 un nuovo piccolo nodulo al polmone destro. Dopo poche settimane i noduli sono già 2. Perciò ora sono di nuovo in chemioterapia, almeno per un anno. Intanto aspetto il risultato del test genetico per le mutazioni BRCA.

Tutti intorno a me hanno ricominciato a dirmi “fai un passo alla volta, vivi giorno per giorno, non pensare al futuro…”. Ma questo è mettere il dito nella piaga! È esattamente il mio problema. Pensare al futuro, progettarlo, sognarlo e provare a realizzarlo è esattamente quello che ci rende umani, che ci distingue da animali e piante.
E poi non è che il mio presente, con la terapia settimanale, sia così esaltante…
Il futuro che vorrei, quello che mi auguro di avere, arriva solo ai diciotto anni dei miei figli. Vorrei vederli maggiorenni, ma mi mancano ancora 13 anni e ho molti dubbi che possa farcela. (Gli oncologi naturalmente dicono che non lo sanno).
L’unico pensiero davvero positivo me l’ha dato mio marito, che per fortuna è molto più ottimista di me. Mi ha detto: “Mettiamo che abbia ragione tu, che tu abbia solo pochi anni o mesi da vivere. Vuoi davvero passarli a piangere e ad angosciarti, o vuoi provare a vivere il meglio possibile per te e anche per noi? Non vuoi provare a lasciare ai nostri figli ricordi migliori che una mamma che piange?”.
Ha ragione. Perciò in una pausa fra un ciclo e l’altro, a luglio andremo in campeggio, come l’anno scorso. Io avrò il turbante, la protezione 50 e un enorme ombrellone sopra di me, ma voglio esserci.